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mercoledì 25 febbraio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Andreas Andersson

Sfortunato nel momento in cui arriva al Milan, ma anche lui ci mette del suo per distinguersi come meteora e nel riuscire a differenziarsi dall'omonimo Kennet, che, invece, in Serie A viene ricordato come un buon giocatore. Evidentemente, anche i grandi allenatori come Fabio Capello potevano prendere un abbaglio, poiché il Don pensò di portare lo svedese a San Siro per fare la terza punta dopo Weah e Kluivert. In passato ci sono stati olandesi e svedesi assai prolifici nelle fila rossonere, ma gli esperimenti di Kluivert ed Andersson sono un flop clamoroso.


Andreas Andersson nasce il 10 Aprile 1974 a Nacka, sobborgo di Stoccolma, e inizia a giocare a calcio nel piccolissimo club dell'Hova, quinta divisione svedese, là dove non arrivano né taccuini né telecamere. Dopo quattro anni di gavetta, nel 1994 si trasferisce al Tidaholms, seconda divisione, dove si consacra definitivamente. Bastano queste prestazioni convincenti ai dirigenti del Degerfors per prenderlo dopo poche settimane dal suo trasferimento. Insieme ad Andersson arriva anche Olof Mellberg. Andreas gioca bene e segna a raffica: su di lui piomba il Liverpool, che lo invita per un provino di una settimana. La sorte vuole che in quei sette giorni sulla cittadina britannica si abbatta uno dei più forti nubifragi di sempre: la pioggia, con l'aggiunta di un infortunio, condiziona le sorti del provino, che dunque non va a buon fine. L'attaccante lascia ugualmente il Degerfors e nel 1996 trova l'accordo con il Göteborg. Contemporaneamente, anche la Nazionale svedese si accorge di lui: dopo aver già militato nell'Under 21, il 25 febbraio '96 Andersson fa coincidere il suo esordio con la vittoria per 2-0 contro l'Australia. Con il Göteborg le cose vanno a gonfie vele ed alla fine della stagione il potente centravanti si ritroverà con un bottino di 31 reti in 39 partite, quasi un record. Ovviamente è sua la palma di capocannoniere del torneo, nonché il titolo di giocatore svedese dell'anno.

Il nome di Andreas Andersson fa il giro del mondo e comincia ad entrare nelle cronache di mercato, venendo accostato anche in Italia, dove il Milan tenta e riesce, infine, ad aggiudicarselo. Un acquisto abbordabile per i tempi che correvano, sono bastati tre miliardi del vecchio conio per portare lo svedese dalle grandi speranze. Curiosamente, non viene presentato in maniera ufficiale alla stampa, ma lui è comunque entusiasta: "Felicissimo di giocare in Italia e nel Milan. Ho sempre desiderato giocare in Italia, non temo la concorrenza di Weah e Kluivert. Nordahl? Spero di fare bene come lui. Cercherò di fare meglio di Kenneth Andersson: il vero Andersson sono io". A parole sembrerebbe ottimo e Capello assicura: "E’ il regalo per i nostri tifosi". Non sarà così, regalo si, ma pacco. La squadra che dovrebbe riscattare la stagione passata è rimpolpata con una serie di meteore ed il campionato , manco a dirlo, inizia in maniera disastrosa: 2 punti nelle prime 4 partite. Sembra, però, portare bene Andersson, che va in rete per la prima volta in trasferta contro l'Empoli. Trisitemente, sarà questo l'unico gol ufficiale dell'attaccante nella sua breve esperienza italiana. In campionato non gioca quasi mai e la società a gennaio mette Andersson sul mercato. Incredibile l'asta che si scatena attorno al giocatore, con Arsenal e Chelsea pronti a scannarsi pur di aggiudicarsi il lungo svedese, ma alla fine la spunta il Newcastle per una cifra attorno ai 9 miliardi di Lire - almeno una buona plusvalenza.

Giunto al Newcastle Andersson sputa nel piatto dove ha mangiato ed accusa Capello di essere una sorta di "generale di ferro", e di avere imposto allo spogliatoio una disciplina troppo rigida. Il giocatore spera di riuscire a riconquistarsi la convocazione in Nazionale con questa nuova esperienza. Non sarà fantastico il suo periodo nei Magpies, in cui Andersson in due anni segna solo 4 gol in 27 partite. Per Andersson si profila un ritorno a casa, precisamente all'AIK Stoccolma, club che nella stagione 1999/2000 milita anche in Champions League e viene inserito nello stesso girone della Fiorentina. Andersson continua ad essere snobbato dalla propria Nazionale - tanto che salterà l'appuntamento con gli Europei del 2000 - e per tentare nuove sorti prova la carta Benfica, dopodichè si arrende e ritorna a Stoccolma dove rimane per 3 anni, senza riuscire a conquistare nemmeno un trofeo. Nell'estate del 2002 arriva la grande occasione e coach Soderberg gli concede una chance per i Mondiali di Corea e Giappone, ma la Svezia, pur passando la fase a gironi, viene eliminata agli ottavi dal Senegal. Soffre, poi, di un brutto infortunio al ginocchio che pare pregiudicarne la carriera, ma, a sorpresa, trova l'accordo con il Belenenses, squadra di Lisbona, ma anche qui il feeling con la piazza non è dei migliori. Nel giugno 2005 tenta l'avventura con il Malmöe, ma dura solo un mese a causa dei ripetuti problemi fisici.

Attualmente ricopre il ruolo di opinionista presso la più famosa televisione a pagamento svedese, e per un canale monotematico, dedicato all'hockey su ghiaccio, che sta riscuotendo un notevole successo.

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mercoledì 18 febbraio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Hugo Hernán Maradona

Spesso le storie dei fratelli nel mondo del calcio sono andate a buon fine, o, comunque, entrambi sono riusciti ad aver avuto un discreto successo. Evidentemente, quando di cognome fai Maradona, è difficile nascere come il fratello. Questa è la storia di Hugo Hernán Maradona. Un giornalista argentino ha preferito usare frasi più provocatorie per differenziare i due: "Uno calcia di sinistro e l’altro di destro, uno a sedici anni andava all’allenamento con le scarpe rotte, l’altro ci va a bordo di una Mercedes". Alla fine è lo stesso carattere che li accomuna oltre al cognome, la scarsa voglia ad allenarsi, le prestazioni in campo erano però assai diverse. Eppure, Diego, parlò del suo fratello minore come uno che "diventerà più forte di me". Meglio che abbia fatto la sua carriera che quella da osservatore, perché per quanto riguarda i talenti non sembra ci capisse tanto.

Hugo Hernán Maradona (nato il 9 Maggio 1969), noto anche come "El Turco", è cresciuto agli albori accanto al fratello maggiore Diego nell'Argentinos Juniors. Nella sua carriera è riuscito a giocare in club di tutto il globo, dal Sud America, all'Europa, fino ad arrivare in Giappone e Canada. Il mondo iniziò a scoprirlo quando si rese protagonista nella selezione U16 dell'Argentina mettendo a segno una doppietta spettacolare, centrando anche il sette con una gran punizione. Purtroppo, nessuno poteva sapere che la stella di Hugo si accese e si spense in quella stessa sera. Tuttavia, sbarca in Italia, precisamente ad Ascoli Piceno, dove giocherà nei bianconeri. E' stato il fratello a sponsorizzarne l'acquisto, ed effettivamente la sua pubblicità deve essere stata convincente. Debutta nella Serie A italiana nella prima giornata del campionato 1987/88, da titolare e sarà la prima delle 3 partite che la fotocopia sbiadita del vero Maradona disputerà dal primo minuto di gioco. L'allenatore, Ilario Castagner, gliene farà giocare, a sprazzi, altre 12 con la magica maglia numero 10 e risultati a dir poco deludenti. A fine stagione l’Ascoli di Costantino Rozzi decide che può bastare così e taglia il giocatore. Hugo vola in Spagna al Rajo Vallecano che lo cede dopo un anno al Rapid Vienna: alla fine della sua terza stagione in Europa, Hugo Maratona torna in Argentina prima di giocare nella J-League giapponese nelle fila del Consa Sapporo, diventando un idolo. Il Giappone, luogo di rifugio ideale per campioni sul viale del tramonto e per "bidoni" raccomandati, lo accoglie a braccia aperte e lo trasforma in una delle stelle del calcio del Sol Levante. Nel 2004 Hugo Maradona si trasferisce in Puerto Rico, dove divenne membro della federazione di calcio puertoricana per incentivare l'amore verso questo sport ed iniziò la carriera come allenatore dei Puerto Rico Islanders. Una fine triste per un cognome così blasonato.

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giovedì 12 febbraio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Abel Luís da Silva Costa Xavier

Ci sono giocatori che riescono a farsi ricordare più per le loro acconciature e le sgargianti apparenze, piuttosto che per le loro giocate. Uno di questi è certamente Abel Luís da Silva Costa Xavier (Nampula, Mozambico, 30 novembre 1972), ex giocatore di Bari e Roma, che si è sempre fatto segnalare per la poca originalità sul campo ed anche nell'assidua imitazione dell’acconciatura del fotomodello indiano Satya Oblet.

La carriera di Abel Xavier inizia allo Stadio de Luz di Benfica, dove con la gloriosa squadra lusitana occupa la posizione da regista, evidenziando le sue qualità nel mandare in porta i compagni con passaggi in profondità, riuscendo a conquistare il titolo di Campione Portoghese. Il Bari, che non vive una situazione felice, pensa di fare un acquisto importante per il suo centrocampo, ma l'esperienza nei "galletti" non è quella prevista: Protti è capocannoniere, ma Abel Xavier fa 8 presenze. Dale 1996 inizia l'avventura a giro per l'Europa di Xavier che balza da una squadra a quell'altra, cambiando spesso campionato. Si riprende nel Real Oviedo, dove disputa due annate con continuità, ma arretrando la posizione in quella di difensore. Dopo la Liga decide di passare in Eredivisie, nelle fila del noto PSV Eindhoven con cui vince una Supercoppa di Olanda.

Può essere una buona opportunità per risorgere e Xavier decide di andare in Premier per militare nell'Everton, ma nelle tre stagioni con i Trotters non entusiasma molto. E' stato capace di generare il caos anche in Nazionale, dove nella semifinale dei Campionati Europei tra Francia e Portogallo, durante gli ultimi minuti dei tempi supplementari è autore di un fallo di mano volontario sulla linea di porta con un riflesso da vero portiere. Risultato: eliminazione dal torneo e 9 mesi di squalifica per Xavier che si sbatte con rabbia contro l'arbitro per dichiarare la sua innocenza. Eppure, nonostante tutto questo, verrà messo sotto contratto dal Liverpool. Tuttavia, l'avventura ad Anfield è annuale e la stagione successiva si trova nel Campionato Turco a giocare per il Galatasaray. Sono sempre ottimi club quelli in cui ha militato Abel, che dopo l'esperienza turca passa in Germania all'Hannover '96, ma subisce un infortunio e non gli viene rinnovato il contratto. Dal 31 Gennaio 2005 è della Roma: contratto di 6 mesi, a gettone. Il neo acquisto, durante la sua presentazione alla stampa, ha voluto precisare di non essere arrivato in prova: "I provini li ho fatti ad 8 anni". Si distinguerà nella Capitale per il look e per una lentezza clamorosa nel gioco durante le sole 3 presenze in giallorosso. Ovvio che il rapporto con i capitolini non dura più a lungo e si pensa ad un ritiro del portoghese in altri ambiti, ma si fa avanti il Middlesbrough che doveva sostituire l'olandese Reiziger, ceduto al PSV Eindhoven. Dal Luglio 2007 milita nei Los Angeles Galaxy, squadra in cui gioca anche David Beckham, ma dall'arrivo di Ruud Gullit non gode più di spazi e non viene rinnovato l'accordo.

A Roma lo ricordano con questa frase: "La colpa non è sua, ma di chi lo ha comprato. Giocatore a fine carriera venuto a Roma per il prepensionamento. Di lui ricorderemo solo la capigliatura, quantomeno bizzarra". E' vero, i suoi capelli non si scorderanno mai.

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giovedì 5 febbraio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Claudio Daniel Borghi

Fa quasi impressione parlare di un Campione del Mondo come una meteora, ma l'argentino Claudio Daniel Borghi calza alla perfezione questa identità. Un fantasista di quelli che sono ormai una specie in estinzione, piedi fatati che rendono la palla la naturale appendice della gamba. Tuttavia, Borghi era uno di quei giocatori che voleva sempre cercare la giocata ad effetto, quella che stupiva la folla, proprio come quelle che lasciarono attonito Berlusconi, il quale - innamorato - decise di portarlo subito alla sua corte a Milano. Fu il primo acquisto del Milan targato Berlusconi, proprio lui, l'indio che veniva dall'Argentinos Jrs. e si portava dietro la pesante etichetta di "erede di Maradona".

Borghi iniziò proprio nell'Argentinos la sua carriera da calciatore dove davanti a lui giocava El Pibe de Oro, uno per il quale è impossibile trovare un erede - l'essenza del calcio. Ma, nonostante questa ombra enorme, Borghi riuscì a mettersi in evidenza come una promessa dalle grandi speranze e rientrà nel giro della Selecciòn per i Mondiali di Messico '86. Tuttavia, non brillò durante la competizione e non venne più convocato. Col club vince trofei importanti: due Campionati Argentini, una Coppa Intercontinentale ed una Coppa Interramericana. La partita che lo lanciò fu sicuramente la finale di Coppa Intercontinentale del 1985: la Juventus sconfigge ai calci di rigore l’Argentinos Juniors, ma Claudio Daniel Borghi gioca una partita spettacolare, oscurando anche la stella Platini che lo definisce: "il Picasso del calcio".

Sembra un acquisto altisonante, un nome importante per il futuro dei rossoneri, ma Arrigo Scchi - all'inizio della stagione 1987/88 - lo boccia senza appello. Per l'argentino non c'è spazio nei piani di Sacchi e Berlusconi è costretto a cederlo - molto malvolentieri - al Como dove c'è Aldo Agroppi, rifiutando il prestito alla Sampdoria di Vialli e Mancini per non rinforzare una potenziale rivale. Tuttavia, a Como è un'esperienza da buttare, visto che i rapporti con l'allenatore sono nulli e quando gioco è sempre poco e male. A fine campionato arriva la sentenza definitiva: Sacchi sceglie Rijkaard come terzo straniero e Borghi sceglie la via dell'esilio e va in Svizzera, nel Neuchatel Xamax.

Quella in Svizzera, però, sarà solamente una stagione di passaggio, dopodiché inizia a fare il vagabondo, passando di squadra in squadra, dal Brasile al Messico e poi in Argentina, giocando in club di prestigio come il River Plate, Flamengo ed Indipendiente, ma non riesce mai a sfondare. Solo quando giocò in Cile mostro ancorà le doti che lo avevano contaddistinto da giovane, vincendo la Recopa Sudamericana e la Coppa Interamericana con il Colo-Colo nel 1992.

Non ha voluto lasciare il mondo del calcio nemmeno dopo aver appeso le scarpe al chiodo. Era rimasto in Cile per intraprendere sia la carriera da procuratore che da allenatore, senza risparmiare dei riferimenti al veleno per Sacchi - allenatore che, secondo lui, lo ha fatto fallire. Dal 2006 allena il Colo-Colo con cui ha vinto il Campionato di Apertura e di Clausura nel 2006 e il Campionato di Apertura nel 2007, oltre ad aver condotto la squadra fino alla finale della Coppa Sudamericana. È stato nominato allenatore sudamericano dell'anno 2006 dopo la conqista della finale di Coppa Sudamericana con il Colo-Colo. Il 26 marzo 2008, a causa dei pessimi rapporti tra dirigenza e giocatori, Borghi lascia la panchina del club cileno ed il 15 aprile 2008 è stato ingaggiato come allenatore dell'Independiente, carica che rivestirà da giugno per una clausola presente nel suo contratto con il Colo-Colo.

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giovedì 29 gennaio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: John Aloisi

"Long" John Aloisi(Adelaide, 5 febbraio 1976) arriva in Europa molto presto, ancora minorenne nel 1992 passa allo Standard Liegi dopo aver esordito nella massima serie australiana. Tuttavia, la stagione seguente finisce all'Antwerp FC, dove rimarrà fino al 1995 quando viene ingaggiato dalla Cremonese. L'arrivo dell'australiano è tanto acclamato, ma in grigiorosso vive due stagioni poco felici nella Serie A - forse a causa della giovane età. Le sue caratteristiche sono quelle della punta di peso che sfrutta tutti i suoi 190cm di altezza per vincere i contrasti fisici con i difensori.

Eppure l'esordio è dei più promettenti, poiché prende parte a quel leggendario 7-1 al Bari, segnando pure una rete appena entrato in campo e stabilendo un record che rimane tutt'ora suo: il più veloce goal in Serie A di un calciatore straniero - che gli guadagna anche il soprannome simpatico di "Fast" John Aloisi. Purtroppo, mise a segno un solo altro gol in tutto l'arco del restante campionato. Rimasto nella squadra lombarda anche dopo la retrocessione, la dirigenza puntò su di lui per far coppia col panzer Walter Mirabelli, bomber affermatosi in C1 con l’Ascoli. Il caso volle che anche in quella stagione John, giocando più o meno da titolare, realizzò la miseria di 2 reti, che fecero da contorno alla mesta retrocessione in Serie C1, la seconda consecutiva.

Non riesce a soddisfare la dirigenza della Cremonese ma non si perse d'animo e proseguì la sua carriera e nel 1997, sbarcando in Inghilterra dove gioca due anni al Portsmouth Football Club e poi altri due al Coventry City, sempre fra Premier League e First Division - sicuramente con un rendimento assai superiore a quanto fatto vedere nel Belpaese. Nell'estate 2001 passa all'Osasuna, dove gioca quattro anni nella Liga dove continua a fare buone cose. Nell'estate 2005 dopo essere stato vicino al Panathinaikos e invece finisce all'Alaves. Nel 2007 torna in Australia, per giocare prima nel Central Coast Mariners e in seguito, dal 2008, al Sydney.

Anche in Nazionale è un giocatore rappresentativo ed ha spesso figurato negli undici titolari dei "Socceroos". Sicuramente i suoi due momenti più memorabili sono i quattro goal alla Confederations Cup in Germania nel 2005, con due reti ai tedeschi e altrettanti all'Argentina e - soprattutto - il rigore decisivo nella sfida con l'Uruguay, che ha regalato l'accesso alla fase finale del Campionato mondiale di calcio, da cui l'Australia mancava dal 1974.

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giovedì 22 gennaio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Gaizka Mendieta Zabala

Stavolta prendiamo l'esempio di un giocatore esaltato, osannato come un fenomeno in Spagna, ma deludente - a dir poco - in Serie A. Gaizka Mendieta Zabala era uno dei migliori giocatori nel panorama europeo e faceva parte di quel Valencia dei miracoli, pieno di giovani talenti pronti a sfondare nei principali palcoscenici internazionali. Lui, basco di nascita e di origini, è cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Valencia e negli schemi di Cupèr era una delle stelle, il giocatore che faceva girare tutta una squadra grazie alle sue ordinate geometrie, tecnica raffinata e visione di gioco invidiabile. Tutte qualità perse per la strada in Italia.

Si mise in mostra grazie alla Champions League ed ai trofei vinti con il Valencia - una Coppa di Spagna 1998/1999 e la Supercoppa Spagnola 1999. La sua personalità in campo era quella del leader, ed era uno specialista in calci piazzati - dai corner, alle punizioni ai rigori. Sono molti i club stregati dal talento del giocatore e Sergio Cragnotti, allora Presidente della Lazio, decise di aggiudicarselo, strappandolo alla concorrenza per una cifra attorno ai 93 miliardi di vecchie Lire - di cui ben 4 finirono nelle tasche del lesto Ernesto Bronzetti! Tuttavia, in biancoceleste vive certamente il momento più triste della sua carriera. Acclamato dalla folla non riesce a dare le risposte giuste sul campo e durante la sua stagione laziale riesce a collezionare appena 20 presenze - in cui molte volte viene sostituito - e nemmeno una rete, che rientrano nel DNA del giocatore. Eppure era anche nel giro della Nazionale delle "furie rosse", in cui ha un discreto ruolino di marcia. Fatto sta che non vengono rispettate le attese e la Lazio decide di "liberarsi" del giocatore l'anno successivo, ma non senza le relative beghe valenciane, poiché gli spagnoli si lamentavano a causa del mancato pagamento da parte della Lazio della cifra pattuita per il suo trasferimento in riva al Tevere.

I tifosi perdono qualsiasi forma di rispetto che riponevano in lui e visto il suo rendimento in biancoceleste non li si può biasimare. Il problema adesso è trovare un acquirente per il giocatore, anche perché nel contratto vi è una clausole che nel caso di cessione al Real Madrid, la società laziale avrebbe dovuto pagare una penale enorme. Si fa, però, avanti il Barcellona e Mendieta approfitta dell'occasione per tornare in Spagna. La sua stagione catalana sarà fatta di alti e bassi, ma riesce a mettere in mostra qualche partita decente. Tuttavia, non viene confermato dagli azulgrana e si accasa in Premier League, dove militerà nelle fila del Middlesbrough per quattro stagioni. Le prestazioni sono mediocri, ma l'ingaggio è molto più sostanzioso, quindi il tecnico, Gareth Southgate, ha pensato subito di mettere le cose in chiaro e definire che Mendieta non faceva più parte dei piani societari, disputando l'ultimo incontro nel dicembre del 2006 - anche se il contratto scadeva a giugno del 2008. Il giocatore annuncia il ritiro dal calcio professionistico nel 2007, lasciando un impronta parziale, ma una scia da meteora!

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giovedì 15 gennaio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Franz Carr

Giudicato dai più come un talento del calcio inglese, Franz Carr non riuscì a rispettare la sua fama una volta giunto nella nostra Serie A. Nonostante una vita passata nel Nottingham Forest non riuscì a sfondare ed il giocatore deluse profondamente durante il suo periodo alla Reggiana, anche se nel 1996 il ragazzo di colore di Preston aveva già 30 anni e poco da dire.

Fu proprio la leggendaria squadra inglese di Nottingham a lanciarlo e rimase una delle poche società dove il tabellino di Carr fece registrare una doppia cifra nel ruolino delle presenze. Il Newcastle si interessa al giocatore e fa un'offerta con cui i Magpies si aggiudicano il prospetto britannico, ma non era il momento giusto per passare in bianconero, poiché si stava per affrontare l'abisso della retrocessione nella terza divisione. Le sue caratteristiche principali erano la grande velocità con cui andava via agli avversari sulla fascia, ma quando arrivava sul fondo, era raro che riuscisse ad effettuare un cross degno di tal nome. Purtroppo quando stava iniziando a calibrare bene i suoi colpi, subì un tremendo infortunio al ginocchio che gli permise di giocare solamente le ultime tre partite della stagione. Tuttavia, erano cambiate le cose nello staff ed ora era Kevin Keegan a dirigere la squadra. Il nuovo allenatore non aveva intenzione di mettere Carr tra i giocatori su cui fare dei piani futuri e Franz passò a breve nelle fila dello Sheffield.

Anche qui per Carr c'è poca fortuna ed inizia il suo "balletto" da una società all'altra alla ricerca di un futuro migliore. Nel giro di un anno passa prima al Leicester City, poi all'Aston Villa ed infine alla Reggiana. Gli amaranto lo acquistarono nel mercato di riparazione, forse sperando di cambiare le carte in tavola e raddrizzare un campionato che era iniziato male. Ma fecero male i loro calcoli. Le tante panchine accumulate in Inghilterra lo avevano arrugginito, tanto che il terzino non ha lasciato alcuna traccia di sé. Correva sempre molto, forse troppo, dimenticandosi pure il pallone che toccava con una delicatezza che poteva assomigliare a quella di un "elefante da cristalleria". A fine stagione viene inevitabilmente venduto al Bolton, per poi passare al West Bromwich ed infine emigrò in america, ma da nessuna parte ebbe fortuna e l'unica cosa in comune furono le limitatissime presenze. Forse il ricordo migliore che porta con sé è quel coro dei tifosi del Forest, per Carr, hanno coniato il coro "Ooh Ahh Franzy Carr, I said Ooh Ahh Franzy Carr", successivamente usato dai tifosi del Manchester United per Éric Cantona.

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giovedì 8 gennaio 2009

Le Meteore Del Calcio Italiano: Hugo Eduardo Rubio Montecinos

Per chi avesse seguito il blog dagli albori, questo nome squillerà qualche campanella, poiché è stato menzionato nell'intervento dedicato a Zamorano tra i giocatori in "Amarcord". Tuttavia, per chi non ha una così eccellente memoria, racconterò la storia di questo giocatore per intero. Hugo Eduardo Rubio Montecinos arrivò in Italia nell'estate del 1988, dopo aver giocato molto in Cile ed una stagione in Spagna, il Bologna decise di offrire un provino sia a lui - già conosciuto e rinomato in patria - ed a Zamorano - ancora ignoto giovane dalle buone speranze. Alla fine del provino, l'allora allenatore Maifredi, decise di portare in Italia Rubio e non Zamorano.

Così in rossoblù sbarcò il “Maradona delle Ande”, nato a Talca il 5 luglio 1960, mentre il secondo era un certo Ivan Zamorano, di sette anni più giovane di Rubio, sconosciuto bomber del meno blasonato Cobresal, se ne tornò in patria e poi al San Gallo - in Svizzera. La ragione della scelta fu la fragilità fisica sempre associata a Zamorano, al quale fu sconsigliato pure di giocare al calcio. E’ così che si consuma una della più clamorose sviste calcistiche mai viste in Italia. Rubio invece, detto “Passero” per similitudine della sua rapida e corta falcata con la quale era solito puntare gli avversari quando attaccava irresistibile sulla fascia sinistra, subì un’inspiegabile involuzione che da inutile lo porterà ad essere addirittura dannoso per la squadra.

Iniziò male l'avventura sotto le due torri, con un infortunio al ginocchio in Coppa Italia contro il Napoli, restando fuori diversi mesi, ma anche quando tornò non fece molto per farsi ricordare - in positivo. Le sue apparizioni si diradarono sempre di più fino a riassumersi in un bilancio sconcertante: 14 presenze e nessun gol! Non ci furono dubbi - come per acquistarlo - quando arrivò il momento di venderlo: rispedito in Cile dove rimase per tutto il resto della carriera. Di questi tempi fa il procuratore sportivo e gestisce gli interessi di molti giocatori, tra cui alcune nostre vecchie conoscenze del calibro di Hector Tapia e Mauricio Pinilla. Gestisce anche una scuola calcio a Santiago, assieme a Claudio Borghi. Certo, se il Bologna avesse scelto "Bam Bam", la storia sarebbe andata diversamente.

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lunedì 29 dicembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Manfred Binz

Come si fa ad essere il leader della difesa dell'Eintracht Francoforte, giocare 246 partite di fila in Bundesliga, vincere un trofeo Nazionale, essere considerato l'erede di Matthaus ed arrivare secondo ad un Europeo per finire nell'anonimato? Chiedetelo a Manfred Binz! Proprio così, questo difensore teutonico ha guidato con grande autorevolezza la difesa della squadra di Francoforte dal 1985 al 1996, vincendo una Supercoppa di Germania nel 1988. Il secondo posto all'Europeo fa parte del suo curriculum, ma durante l'edizione in questione venne criticato per diversi suoi errori a distanza di poco tempo che di fatto lo allontanarono dal grande giro. Nel 1996, complice il suo difficile rapporto con l’allenatore della squadra, accettò l’offerta del Brescia.

Il Presidente Corioni sentiva di aver fatto un affare irripetibile. Il giocatore era considerato di livello superiore alla Serie B, ed il suo valore aggiunto avrebbe consentito il salto nella massima serie con meno sforzo. l'ex Nazionale tedesco parte da titolare assoluto (e ci mancherebbe altro!) e disputa un'ottima stagione, culminata con la promozione in serie A dei lombardi seppure al termine di un campionato molto equilibrato e combattuto. Binz si riscopre anche discreto goleador: va a segno alla quinta giornata contro il Cesena (1-1), alla sesta di ritorno contro il Cosenza (2-0), e all'ultima di campionato nella festa-promozione contro il Venezia. In Serie A, però, le cose cambiano, e la rivoluzione in panchina che vede fuori Reja e dentro Materazzi non aiuta Binz, il quale si ritrova adesso ai margini della squadra. Tra problemi con la società, familiari ed un'offerta impossibile da rifiutare da parte dei neo campioni di Europa del Borussia Dortmund, Binz decide di tornare in Germania durante la sessione invernale del mercato, concludendo così la sua esperienza in Italia. Il suo approccio con la Serie A non fu positivo – era lento ed impacciato, quasi appesantito - quindi trattenerlo controvoglia sarebbe equivalso a una lunga serie di brutte figure. Tuttavia, a Dortmund non riesce a trovare spazio e allora, pur di giocare, scende nella Serie B tedesca. Nel 2003 chiude la sua carriera nella sezione dilettantistica dell’Eintracht, per poi diventare l’anno successivo il vice-presidente della squadra del Kickers Offenbach. Una delle tante carriere che promettono tanto e concludono poco!

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giovedì 25 dicembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Mario Been

Questa volta penso di battere quasi tutti voi, nel senso che molti non avranno mai sentito parlare del mitico Mario Been, detto anche "Mr. Been" - come parodia al celebre personaggio introdotto nello spettacolo dal geniale Ron Atkinson. Mi è tornato in mente quando c'è stata la partita tra Udinese e NEC, poiché Been è l'allenatore degli olandesi, ma il nome non mi era nuovo. Con qualche ricerca ho scoperto che aveva militato anche nel nostro campionato, ma si classifica a tutti gli effetti come meteora del calcio italiano!

Inizia da fenomeno la carriera di Mario Been (Rotterdam, 11 dicembre 1963), che in pochi anni fa tutta la gavetta nelle giovanili del Feyenoord ed è giudicato dai più come un giocatore dal futuro assicurato. Venne anche nominato giocatore dell'anno in Olanda nel 1984, aumentando la sua fama. Rimane in Olanda fino al 1988, quando viene ingaggiato dal Pisa di Romeo Anconetani. In nerazzurro gioca due stagioni senza eccellere particolarmente, ma sembra che il talento ci sia, solo che non venga fuori.Durante il primo anno non riesce ad evitare la retrocessione, nel secondo contribuisce all’immediata risalita nella massima Serie, nel terzo non c’è più tanta voglia di proseguire il rapporto, e dopo 3 partite si consuma quindi il suo annunciato ritorno in Patria, al Roda, nel Novembre 1990. Rimane, quindi, in Olanda a giocare fino a fine carriera, che si conclude nel 1996 nell’Excelsior, all’età di 33 anni.

Tuttavia, dell'Italia ha un ottimo ricordo: "Pisa è stata un’esperienza fantastica, e Anconetani era una persona incredibile. Si era innamorato del sottoscritto, e venne personalmente a vedermi a Rotterdam. Al mio arrivo in Toscana trovai un sacco di tifosi ad aspettarmi, perché una TV locale aveva mandato in onda un video con il meglio del mio repertorio e probabilmente mi consideravano un fuoriclasse, esagerando un pò. Una città come Pisa non si dimentica". Viva la sincerità.

Il suo rapporto con il calcio prosegue. Il primo incarico in panchina fu come assistente al Feyenoord - che in passato lo lanciò. Poi, venne assunto dall'Excelsior - sua ultima squadra. Ma ora, Mario Been, è il tecnico del NEC e sta proseguendo la sua avventura sia in campionato che in Coppa UEFA. Già, perché la vittoria contro i friulani ha consentito agli olandesi di passare il turno. Chissà quanti altri assi nella manica ha Mr. Been, che ora aspetta la chiamata di una grande squadra ed era stato anche accostato alla panchina del Sunderland prima dell'addio di Keane ai "Black Cats".

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mercoledì 17 dicembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Ahn Jung-Hwan

Evoca brutti, bruttissimi ricordi questo nome. Un eco che squilla nell'orecchio di ogni tifoso italiano che poi dopo un istante fulmineo capisce immediatamente di quale "bestia" stiamo parlando. Precisamente quel giocatore che con una sua rete ha spento i sogni Mondiali dell'Italia nel 2002 in una partita assai discussa. Fatto sta che Ahn Jung-Hwan viene ricordato per questo e poco più da parte degli italiani, poiché - effettivamente - in Italia Ahn ha fatto proprio pochino.

Eppure Gaucci qualcosa ci aveva intravisto in Ahn (Paju, 27 gennaio 1976) quando giocava nel Busan I'Cons, segnando praticamente un gol ogni due partite. In quegli anni il Presidente del Perugia aveva dato il meglio di sè per cercare un bomber a saldo, portando in Umbria giocatori del "calibro" di: Bothroyd, Kaviedes e compagni - presto presenti in questa sezione. Arriva con i biancorossi nel 2000, ovviamente marcato immediatamente come una delle tante idee strampalate di Gaucci. Nel suo primo anno al Perugia non deluse totalmente, ma era comunque tecnicamente e tatticamente inferiore al livello medio, consentendogli di entrare in campo solamente 15 volte. Il vero patatrac avviene dopo la seconda stagione - in cui Ahn gioca sempre solo 15 partite - quando Ahn segna quel maledetto "golden gol" all'Italia e Gaucci esplode su "La Gazzetta dello Sport", dichiarando pubblicamente che non avrebbe mai pagato lo stipendio di chi era colpevole di aver mandato in rovina il calcio italiano. Fu una mossa sbagliata per tempi da parte del Presidente umbro, poiché il contratto del coreano era in scadenza e dopo queste dichiarazioni disse di non voler più aver niente a che fare con la dirigenza perugina e si svincolò a fine stagione.

L'idea di Ahn era di assicurarsi la permanenza in un campionato europeo ma, non riuscendoci, ritornò in Asia, andando a giocare in Giappone, dove vi rimase per altre tre stagioni, raccogliendo risultati discreti. Riuscì, comunque, nel suo intento di tornare a giocare in Europa, militando nel Metz durante il 2005/2006, ma l'esperienza fu assolutamente fallimentare. Rimase senza contratto, ma venne invitato dai Blackburn Rovers ad allenarsi con loro, tuttavia, fallì per ben due volte il provino! Riuscì - persistente - a rimanere in Europa, stavolta in Germania nelle fila del Duisburg, ma il coreano non portà bene e la squadra tedesca retrocesse. Una volta capito che il calcio eruopeo non faceva per lui, se ne tornò nel suo Paese, la Corea del Sud, ed, onestamente, speriamo ci resti...

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mercoledì 10 dicembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Joubert Araùjo Martins "Beto"

Torniamo a fare visita a Napoli per parlare di un giocatore che è sicuramente stato una meteora del calcio italiano. Si tratta del brasiliano Joubert Araùjo Martins (Cuiabà, 7 gennaio 1975), in are conosciuto più semplicemente come "Beto". Uno dei tanti talenti sfornati dalle giovanili delle società paulista, sul quale molti puntavano per il futuro e che ad appena 20 anni fa già parte della selezione che parte per la Copa América del 1995. Il talento del giocatore venne visionato da Ferlaino, il quale credeva molto nella possibile crescita del giocatore e lo portò al Napoli, acquistandolo dal Botafogo per una cifra importante.

Napoli voleva fare qualcosa di importante e riuscire a conquistare le posizioni alte della classifica, ma non vengono fatti colpi ad effetto particolari ed a Napoli arriva il giovane Beto, poco conosciuto eccetto che per un caratterino niente male. Al suo arrivo Ferlaino viene affossato dalle critiche per non aver preso un campione come Baggio, ed il Presidente risponde seccamante: "Non abbiamo bisogno di Baggio, Beto è un degno sostituto". La stagione partenopea, effettivamente, parte bene, anche se Beto riesce solo in partre a far intravedere le sue qualità, senza eccellere particolarmente. Qualcosa, però, si rompe quando Beto ha un ritardo alla convocazione di due giorni. Se la prende comoda Beto per tornare dal Brasile ed il Napoli non la prende bene, con Simoni che lo mette sotto torchio in allenamento e la società che lo multa per circa 15 milioni di vecchie Lire. Tuttavia, il brasiliano ammette la colpa e si rimette sotto con gli allenamenti per tornare in gruppo, ma non andrà bene e dopo qualche mese Beto sbotterà: "O gioco o vado via". Non ce la fa a stare zitto, interferendo con i regolamenti interni di cui Beto ne ha fin sopra la testa e se la prende con il tecnico Montefusco e ce l'ha con tutti: "Meno male che manca poco alla fine del campionato. Se ho parlato con Montefusco? No, non ho piu' voglia di parlare, con nessuno". Il rapporto tra Beto e il Napoli rischia di chiudersi tristemente. Alla fine la storia si conclude nella maniera più ovvia e Beto torna in patria, ma c'è un curioso retroscena. Il Gremio non aveva i soldi per il transfer e come parziale contropartita voleva offrire un ragazzino promettente, tale Ronaldinho, ma Ferlaino preferì incassare i soldi a rate...

Giocherà prima nel Gremio e poi nel Flamengo, riottenendo continuità e giocando delle partite discrete, tanto da valergli la convocazione alla Copa América 1999 - poi vinta dalla Selecao. Continuerà a girare il brasile passando da San Paolo, ancora Flamengo e poi Fulminense, finché non arriva un'offerta del Consadole Sapporo che economicamente non può essere rifiutata. In Giappone, però, gioca poco e torna in Brasile, precisamente al Vasco da Gama dove fa vedere il miglior calcio della sua carriera. L'estate successiva torna un'offerta dal Giappone, con il Sanfrecce Hiroshima disposto a fare ponti d'oro per averlo. Lascia a malincuore il Vasco, ma l’epilogo negativo di questa esperienza non andrà bene - l'estero non fa per lui. A seguito di una rissa in un ristorante, viene arrestato e quindi espulso direttamente dal Presidente della squadra del Sol Levante Masataka Kubo per comportamento non esemplare nei confronti dei sostenitori del suo club. A seguito della rissa, il club nipponico ha quindi rescisso con ignominia il contratto con Beto: "Questo incidente ha macchiato il calcio e mi dispiace tantissimo per il grande fastidio che ha provocato ai nostri tifosi". Certo, se Ferlaino avesse preso Ronaldinho, chissà come sarebbero andate le cose, ma questo è il calcio!

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giovedì 4 dicembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Ivan Tomic

Torniamo nella capitale per ripescare un altro bidone storica della Roma. Stavolta si tratta di un centrocampista serbo che arrivò nell'estate del 1998 nella Capitale. Ivan Tomic (Belgrado 1° gennaio 1976) è arrivato in Italia come uno dei migliori talenti slavi in circolazione, tant'è che veniva considerato dal Presidente Sensi l'alternativa al colpo Stankovic alla Lazio - seguito dalla Roma, ma comprato dai biancocelesti la stagione prima.

Effettivamente, Tomic sembrava un buon prospetto: vincitore di 3 campionati e due coppe di jugoslavia, considerato come un talento cristallino in Serbia. Le sue geometrie, abbinata ad un'eccellente tenuta atletica dovevano rinforzare la mediana giallorossa che cercava un uomo di qualità e quantità. Inoltre, in 82 presenze era riuscito a segnare anche 24 gol, molte volte sfruttando un notevole tiro dalla distanza, dotato di rara potenza. Sensi non resiste e vede in lui tutte le caratteristiche dell'antagonista Stankovic e lo porta a Roma per 18 miliardi di Lire ed il solito contratto quinquiennale - proprio come Fabio Junior. La volontà non mancava a Tomic, che si presentò ai tifosi come un giocatore che avrebbe dimostrato il suo valore e che non era certo uno scarto. Risultato? Missione fallita. Tutte le qualità viste in Serbia, non si videro e di Stankovic non faceva nemmeno l'ombra. Giocò veramente poco - e male - con solo 9 presenze nella sua prima stagione. Diventa subito oggetto misterioso - molto costoso - che è vincolato alla società per un lungo termine. Tuttavia, il giocatore non ha desistito e voleva giocarsi le sue carte a Roma, rimanendo nella Capitale la stagione seguente, dove Tomic gioca la bellezza di 16 minuti.

Non c'è ombra di dubbio che Tomic debba cambiare aria ed arriva - inevitabilmente - il prestito in Spagna, precisamente nella fila dell'Alavès. Effettivamente, in Spagna gioca meglio e si intravedono le qualità di cui si parlò in passato, con la società spagnola che arriva - addirittura - in finale di Coppa UEFA contro il Celtic - persa poi dall'Alavès. A Roma si sa che sono superstiziosi e proprio nella stagione in cui Tomic era assente - la "magica" vinse lo scudetto - una cosa che compromise ancora di più il proseguire della carriera del serbo a Roma. Tuttavia, il giocatore è rimasto per onorare il contratto siglato con la società di Sensi - pagato in maniera onorevole - e se ne andò solo nel 2003, dopo aver raccolto appena 5 presenze in tutto.

Ivan decide di tornare in Spagna, accettando l'offerta del Rayo Vallecano, dove, però, non si ripete l'esperienza felice dell'Alavès, con il serbo che scende in campo appena 5 gare, tanto da convincerlo a far le valige per il mesto ritorno a casa, al Partizan, dove ha chiuso la carriera nel 2007, ad appena 31 anni, diventandone il Direttore Sportivo. Un altro bidone della gestione Sensi, alla prossima puntata con le meteore del calcio italiano! E se avete qualcuno che volete qui, non esitate a chiedere!

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mercoledì 26 novembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Darko Pancev

Ecco il tipico esempio di giocatore fenomeno in patria e poi flop quando si tratta di affrontare un banco di prova impegnativo come può essere il calcio italiano. E' la storia di Darko Pancev, il quale aveva una media gol spropositata, ma quando arrivò all'Inter, il "cobra" si trasformò in una biscia da giardino.

Eppure il macedone (nato a Skopje il 7 settembre 1965) era un'attaccante formidabile sia nelle fila del Vardar, che nella gloriosa Stella Rossa, dove Pancev vinse anche la Scarpa d'Oro nel 1991 - assieme alla quale arrivò anche l'accoppiata Coppa Campioni-Coppa Intercontinentale e per un pelo non si aggiudicò pure il Pallone d'Oro. Nel Vardar i numeri parlavano chiaro: 151 partite con 84 gol e nella Stella Rossa non erano da meno, anzi: 91 presenze e 84 gol. Insomma, una macchina da guerra che la metteva in porta in ogni maniera e situazione, tanto da trascinare la squadra slava di tre campionati consecutivi oltre ai trofei internazionali.

L'Inter ai tempi aveva problemi nel reparto offensivo e quale rimedio migliore che comprare il "cobra"? La squadra nerazzurra lo acquista per la cifra di 14 miliardi di Lire nel 1992, proprio dopo la sua stagione migliore e da lui ci si aspettava fuoco e fiamme. Era l'ultimo tassello per una formazione fortissima: Zenga, Bianchi, Bergomi, Battistini, Ferri, De Agostini, Shalimov, Sammer, Berti, Schillaci e Pancev. Non si poteva non sognare con una squadra come questa e tutti si aspettavano grandi cose da Darko, così quando alla seconda giornata di campionato in un Inter-Cagliari spedì lontano dalla porta - pur essendo a due passi - un cross di Bianchi, si pensava ad una casualità. Invece, purtroppo per gli interisti, era proprio un trend che si sarebbe venuto a ripetere più volte. La stampa procede dicendo che bisogna aspettare il giocatore e che si ambienti, ma Bagnoli - che di calcio ne ha masticato - risponde: "Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà... ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla!". Effettivamente, le previsioni di Bagnoli non vennero smentite e dopo una miriade di gol sbagliati sottoporta, il macedone entrò definitivamente in una serie di classifiche "speciali": “mai dire gol”, “il Pippero” e la classifica dei “non marcatori” - non proprio titoli altisonanti per un ex Scarpa d'Oro.

Ceduto per disperazione a Lipsia, in Germania, nel Gennaio del 1994, tornò in Italia la stagione successiva ed in agosto, durante una gara valevole per la Coppa Santiago Bernabeu, Pancev infila Buio in quel di Madrid con un tiro al volo da trenta metri e tutti pensano alla rinascita dell'eroe, ma l'Inter vincerà la Coppa UEFA, salvandosi in campionato per un punto, con zero reti del macedone. Rimane per un'ulteriore stagione, per poi capire che se in tre anni fai 19 presenze e segni 3 reti, il campionato italiano non è alla tua portata. Prova, allora a rivitalizzare una carriera passando al Fortuna Dusseldorf - sempre in Germania - ma anche lì ottiene solamente 14 presenze e 2 reti, segno che il campione era diventato "ramarro" (nomignolo che sostituì l'altisonante "cobra" in Serie A). Infine, chiude la carriera con 5 presenze al Sion in Svizzera - dove nel suo Palmerès vengono aggiunti un Campionato Svizzero ed una Coppa di Svizzera.

Una volte chiusa la carriera Darko prova a collaborare con alcune squadre locali di Skopje in qualità di dirigente, ma lentamente si distacca sempre più dal mondo del calcio, che dopo avergli sorriso per qualche stagione gli ha portato solamente delusioni. Tuttavia, Pancev non si è mai sentito "non all'altezza" del nostro campionato ed attribuisce altrove le colpe del sui insuccesso in Italia: "L’Inter è stato il mio più grande errore della mia vita, giocava un calcio difensivo non adatto alle mie caratteristiche e mi offriva al massimo due occasioni a partita. Nel 1991 Milan, Barcellona, Manchester United e Real Madrid mi volevano, ero l’attaccante più ricercato del momento, ma finii all’Inter. Voi mi definite “bidone” ma pensateci bene, anche Shevchenko al Chelsea sta incontrando delle difficoltà al Chelsea, una squadra che bada a difendersi". Insomma, Pancev, poche scuse, da "cobra" non si diventa "ramarri" per niente.

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mercoledì 19 novembre 2008

Le Meteore Del Calcio Italiano: Jocelyn Blanchard

Visto che siamo in clima di Inter-Juventus, ho scelto una meteora dell'ambiente. Siamo nel 1998 ed alla Juventus c'è una piccola colonia di "galletti", dove quello principale è Zinedine Zidane, poi ci sono anche Thierry Henry e Didier Deschamps - anche se il primo qualifica come meteora del calcio italiano - ed infine c'è Jocelyn Blanchard. Al suo arrivo in bianconero parlando dei connazionali disse: "Giocare al loro fianco sarà bellissimo, così come avere per compagno di squadra un fuoriclasse del calibro di Del Piero». Se per giocare intendeva in allenamento, sarà stato contento, altrimenti, decisamente meno.

Blanchard nasce a Béthune il 28 maggio 1972 e cresce calcisticamente nell'USL Dunkerque, debuttando nel calcio professionistico a 18 anni, occupando il ruolo di centrocampista centrale che è stato il suo trampolino di lancio. Una delle caratteristiche del giocatore erano gli inserimenti negli spazi e si rendeva spesso pericoloso dui calci piazzati, tanto da guadagnarsi le attenzioni del Metz che lo fa debuttare in Ligue 1 nel 1995. Quel Metz è pieno di talenti, vi militano Songo'o, Song, Pirès, Mboma ed il giovane Saha, insomma una rosa predestinata a vincere un trofeo ed arriva la Coppa di Lega francese. L'anno successivo i granata francesi sfiorano addirittura il colpaccio con il campionato, ma terminano al secondo posto. Nonostante sia reputato come uno dei migliori giocatori del torneo, viene scartato da Jacquet per il Mondiale del 1998 e Blanchard se lo guarda dalla poltrona di casa.

Arriva, comunque, inaspettatamente, l'offerta della Juventus che lo ingaggia come possibile sorpresa del campionato e - come spesso accade - si rivela flop della Serie A. Per Blanchard solamente dodici gare in campionato - più altre nove nelle altre competizioni - con una media voto sotto al 5! Troppo lento per il nostro campionato e non segna nemmeno un gol. Non c'è altra soluzione che cercare qualche acquirente ed appena si fa avanti il Lens, in Corso Ferraris non ci pensano due volte a cederlo all'istante, ma, incredibilmente, in Francia si ritrasforma, portando la squadra giallorossa alla semifinale di UEFA, ed al secondo posto del 2002. Dopo quattro stagioni si trasferisce in Austra - all'Austria Vienna - tentando un'esperienza all'estero più "soft", vincendo un campionato (2006) e tre Coppe d'Austria (2005, 2006, 2007). Tutt'ora vi milita nonostante sia ormai 36enne.

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mercoledì 12 novembre 2008

Le Meteore del Calcio Italiano: Luther Loid Blissett

Torniamo a fare visita in casa Milan, e facciamo un salto nel passato per prendere sotto esame un caso di meteora piuttosto curioso. Nel lontano 1983 - quindi solamente per intenditori - venne proposto agli agenti di mercato del Milan una furia nera britannica di origini giamaicane che in Premier League stava facendo a brandelli le difese, dove in tutto aveva collezionato 95 reti in 246 presenze. Pensandoci, è una media realizzativa notevole, circa una rete ogni 2/3 partite, quindi venne portato immediatamente a vestire la casacca rossonera. Si tratta niente meno che di Luther Loide Blissett, ma la sua esperienza milanese non sarà brillante.

In effetti i numeri collezionati nelle fila del Watford erano confortanti, ma la stagione 1983/1984 non aiuto Blisset con i numeri. Il giocatore - uno dei primi di colore a vestire la maglia inglese - non passò un periodo felice a Milanello, registrando solamente 5 gol in 30 presenze e guadagnandosi le frasi ingiurose di tutto San Siro. Il talento che doveva segnare a raffica sbagliava gol clamorosi, di cui rimarrà sempre nella memoria un celebre rigore sparato direttamente in curva. Comunque, già negli ultimi tempi in Inghilterra, la fama di Blisset stava perdendo quota, guadagnandosi il nome di "Luther Missitt" (Luther Sbaglialo), non certo un segnale incoraggiante, anzi, un preavviso per il "pacco" rifilato al Milan.

Anche a Milano guadagna un soprannome interessante - oltre a quelli dei tifosi - datogli dal mitico Gianni Brera, che lo ribattezza "Luther Callonissett", in onore di Egidio Calloni, altro centravanti disastroso dell'epoca rossonera - tant'è che veniva chiamato "Sciuagurato". Non ci furono molte esitazioni nel rispedire il pacco al mittente e Blissett se ne tornò al Watford, lamentando che in Italia furono la fredda accoglienza ed il gelo dei tifosi a non rendergli possibile
l'ambientamento.

Effettivamente, guardando i numeri successivi, ci potrebbe anche stare, poiché in quattro stagioni accumula 127 presenze e 44 reti, tornando, quindi, nella sua media prima di venire in Italia. Dalla stagione 1988/1989, Luther Blissett gioca nella seconda divisione inglese, militando tre stagioni nel Bournemouth, tornando poi per un'annata al Watford ed infine sei mesi nel West Bromwich Albion. A questo punto Blissett lascia il calcio giocato, appendendo le scarpe al chiodo, ed entrando a far parte dello staff tecnico del Watford.

Successivamente, Luther, passa all'attività da allenatore, ma non raccoglie i frutti sperati e non ha alcuna intenzione di fare la gavetta del "calcio minore", volendo sbarcare subito nel calcio che conta. La pazienza del giamaicano non è una sua dote e nel 2007 lascia il mondo calcistico per darsi al mondo dei motori, fondando una Scuderia automobilistica - la Team48 Motorsport - che spera di portare alla 24 Ore di Le Mans nel 2010. L'ex calciatore si dice rivitalizzato da questa nuova esperienza, ma se ci fosse un'opportunità per allenare in Premier, la prenderebbe in considerazione. Luther, i motori sono la tua chance, "don't Missitt"!

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giovedì 6 novembre 2008

Le Meteore del Calcio Italiano: Wilfried Dalmat

Quando senti il cognome Dalmat, viene in automatico di pensare a Stéphane Dalmat, giocatore francese dalla discreta tecnica e tattica che ha militato nell'Inter. Tuttavia, non molti sanno che c'è anche un'altro Dalmat a giro che ha militato nel nostro campionato. Si tratta di Wilfried, che del fratello ha solamente la nazionalità ed il cognome.

Il suo inizio di carriera è stato in Ligue 1, passando per svariati club, ma sempre come una seconda linea. A dire il vero, tra il 1998 ed il 2004, Wilfried ha militato in squadre in tutto il territorio francese, senza mai avere una grande continuità, eccetto che nel Nantes, dove gioca dal 1998-2002, ma colleziona solamente 10 presenze, vista la giovane età (17 luglio 1982, Tours). Dalmat si fa tutta la trafila delle giovanili francesi (U15, U18 e U21) e nel gennaio del 2002 si trasferisce all'Olimpique Marsiglia, dove vengono fuori le sue doti di centrocampista veloce e rapido, con propensioni offensive.;molto simile al fratello. Torna, poi, al Nantes una volta finito il prestito, dove rimane per sei mesi, giocando pure con continuità, ma c'è qualcosa che non va ed a gennaioviene ceduto in presitito allo Chatearoux - che milita in Ligue 2 - per poi essere ceduto al Grenoble a fine stagione, dove poi militerà per l'anno 2003-2004.

E' proprio qui che l'allora direttore sportivo del Lecce - Pantaleo Corvino - visiona la giovane promessa francese e ne conviene l'acquisto al Presidente Semeraro. Al suo arrivo in Italia durante il mercato di riparazione di gennaio 2004 c'è grande curiosità attorno al giocatore che all'inizio si pensava fosse proprio quello che qualche anno prima militava in neroazzurro. Il giocatore era stato preso con la formula del prestito dal Grenoble per cercare di risalire la classifica per salvarsi e Corvino credeva nelle sue potenzialità. Il fratello Stéphane gli ha consigliato di provare il calcio italiano e Lecce doveva essere il suo trampolino di lancio. Purtroppo, Wilfried non è riuscito a dare una mano alla società salentina ed è stato rispedito al mittente assieme a tutte le buone speranze che il ds del Lecce aveva riposto in lui. Per il centrocampista solo sette presenze ed un gol, ma non era sufficiente per la sua conferma.

La carriera del giocatore prosegue in Francia, nelle fila del Grenoble, dove Dalmat ha la stagione della sua consacrazione a livello personale nel 2004/2005, dove con 22 presenze ed una rete si guadagna le attenzioni di altri club a giro per l'Europa. Il fratello ne caldeggia l'acquisto al Racing Santander e viene accontentato, così i due giocano assieme nel 2005/2006, ma mentre Stephan è titolare, Wilfried è una riserva e l'anno dopo chiede di essere ceduto al Mons, dove rimarrà due stagioni. L'esperienza in Belgio è la migliore maturata dal giocatore fino ad ora, totalizzando in due stagioni ben 63 presenze condite da 10 gol, un bottino buono per un centrocampista offensivo.

Le sue ultime prestazioni lo hanno portato a giocare nello Standard Liegi, fresco campione di Belgio. Wilfried Dalmat sarà, quindi, avversario della Sampdoria in Coppa UEFA. Contro i doriani potrebbe dare agli italiani un altro motivo per ricordarlo se non come il fratello di Stéphane. L'età gli gioca ancora a favore, a 26 anni c'è tempo per una seconda occasione! Comunque sia, in Italia - per ora - cade sicuramente nella categoria delle meteore.

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giovedì 30 ottobre 2008

Le Meteore del Calcio Italiano: Iván de la Peña López

Ci distacchiamo un attimo dalla Serie A per tornare alla rubrica settimanalmente dedicata a quei calciatori che hanno inciso poco - o niente - con la loro presenza nel nostro campionato. A volte si tratta di campioni inespressi, giocatori finiti o aspettative non rispettate. Sicuramente Iván de la Peña López era un ragazzo di talento quando giocava nelle fila del Barcellona, tanto da guadagnarsi il posto fisso da titolare accanto ad un "monumento" come Guardiola. Anzi, nelle prime apparizioni a 19 anni - nel 1995/1996 - viene addirittura battezzato come successore per il grande "Pep". Alla fine dell'anno partecipa con la rappresentativa spagnola U21 all'Europeo - tenutosi in Spagna - perso in finale con l'Italia ai rigori - dove ne sbaglia uno.

Benché la sua prima stagione nel Barcellona fu la migliore a livello realizzativo (7 marcature), le due seguenti furono le più ricche di soddisfazioni e redditizie a livello personale. Il feeling con l'ex tecnico Cruyff era logorato, ma con l'arrivo di Bobby Robson le cose cambiarono e De la Peña ebbe la fortuna di giocare - e con profitto - con il Fenomeno (Ronaldo). Nel 1996/1997 arrivano Coppa di Spagna, Supercoppa di Spagna e Coppa delle Coppe; seguite l'anno successivo da una Supercoppa UEFA, la Liga ed un'altra Coppa di Spagna. E' ovvio che i ragazzi in balugrana hanno attirato le attenzioni di mezzo mondo, ma il Barcellona è una bottega cara e chi vuole comprare deve presentarsi con i giusti attributi.

Attributi che non mancano certo a Cragnotti - o per lo meno non ancora - quando si presenta assieme a Zoff con un'offerta di 30 miliardi di vecchie lire per aggiudicarsi il centrocampista - siamo nel 1998/1999. De la Peña richiede un paio di giorni per pensarci, ma il quinquiennale offerto dai laziali a cinque miliardi e mezzo o stagione pare folle da rifiutare, ed infatti accetterà. Il suo arrivo a Roma viene accolto con un tripudio, poiché era dato come uno dei migliori talenti emergenti del panorama europeo. Arrivò a 22 anni e manco il tempo di presentarsi che con la squadra vinse la Supercoppa Italiana a Torino contro la Juventus e pareva di intravedere un potenziale idolo. Tuttavia, le emozioni andarono lentamente ad affievolirsi, finché non si accorsero che fu comprato un giocatore dotato tecnicamente e con ottima visione di gioco, ma estremamente lento; troppo per affermarsin in Serie A. La Lazio, però, si trovava con un peso notevole al collo, avendo fatto firmare al ragazzo ben 5 anni di contratto! Nonostante tutto arriva in bacheca anche la Coppa delle Copppe di quell'anno, ma dopo appena 14 presenze in campionato - senza reti - De la Peña viene ceduto in prestito all'Olimpique Marsiglia, ma l'annata in Francia è a dir poco fallimentare (12 presenze ed 1 gol), così il giocatore se ne torna a Roma.

La poca visibilità non ne ha sollecitato le attenzioni di mercato, ma il Barcellona pare disposto a riprenderselo in prestito e la Lazio intravede la possibilità di poter rilanciare il giocatore - o per riprenderselo o per cederlo ad un buon prezzo. Succede, però, qualcosa di strano e De la Peña non gioca nemmeno le amichevoli, ed a fine stagione conterà 9 presenze scarne nelle file dei blaugrana con prestazioni assai deludenti. Nessuno capisce dove possa essere finito quel talento così limpido visto nei primi anni al Camp Nou. Dopo questa esperienza è ovvio che nessuno si è più offerto di ingaggiarlo - nemmeno in prestito - e quindi rimane a Roma, dove passerà una stagione in inattività (2001/2002; 1 presenza), mettendo definitivamente il timbro per diventare meteora del nostro calcio.

L'anno seguente viene praticamente spedito via alla seconda squadra di Barcellona, l'Espanyol, dove milita tutt'ora - anche se infortunato ed in attesa di prolungamento del contratto per un anno. Nelle ultime cinque stagioni si è potuto esprimere con continuità e proficuità, mostrando - probabilmente - il miglior calcio della sua carriera. Con la squadra catalana vince la Coppa di Spagna nel 2005/2006 e l'anno successivo trascina i compagni in finale di Coppa UEFA, dove perderà, poi, con il Siviglia ai rigori. Un peccato per De la Peña - ora 32enne (Santander, 6 maggio 1976) - aver vestito solamente 5 volte la maglia della nazionale maggiore e non aver avuto il successo che un talento come il suo poteva ottenere. "El Pelat" è stato un mistero per il calcio italiano e probabilmente - in genere - una promessa non mantenuta.

Questo è un video di qualche minuto sul giocatore ai tempi del Barcellona e della Spagna U21. Se pazienterete nei tratti "noiosi", ci sono più intervalli con grandi giocate che spiegano come fece il Presidente della Lazio - e non solo lui - ad innamorarsene:


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lunedì 27 ottobre 2008

Attenzione! Magallanes Torna In Campo!

L'attaccante ex Atalanta, Venezia e Torino (di cui potete leggere qui: http://ioamolaseriea.blogspot.com/2008/09/le-meteore-del-calcio-italiano-gerardo.html) ga debuttato nella giornata di ieri con la maglia del Merida, club che milita nella seconda categoria spagnola.

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giovedì 16 ottobre 2008

Le Meteore del Calcio Italiano: Ciriaco Sforza

Di questo ragazzo svizzero - di chiare origini italiane - ci ricorderemo più che le prestazioni a San Siro, la scena del film "Tre Uomini ed una Gamba" del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, dove in una scena all'ospedale Giovanni dice ad Aldo prima di andare a letto "Ma si può andare a letto con la maglia di Sforza?", ed Aldo risopnde "Eh, quella di Ronaldo era finita". Tuttavia, fuori dall'Italia, la carriera di questo "play maker" non è stata poi tanto malvagia, ma la sua esperienza calcistica in Serie A è del tutto da dimenticare, rendendolo compatibile per il ruolo di meteora.

Nasce a Wohlen, in Svizzera, il 2 marzo del 1970, ed inizia proprio nelle giovanili della sua cittadina la strada della sua carriera da calciatore professionista. Il suo primo club professionistico è l'Aarau, con il quale disputerà una stagione, per poi essere prelevato dal più blasonato Grashoppers, che rappresenterà il trampolino di lancio per la carriera di Sforza. Nella squadra svizzera, nel corso delle tre stagioni lì trascorse, riesce a vincere il campionato ed ad aggiudicarsi il premio per Miglio Giocatore Svizzero dell'Anno nel 1993. Questa notifica gli fornisce una certa fama e gli osservatori del Kaiserslautern mettono gli occhi sul giovane centrocampista, confidando che possa diventare il faro del centrocampo dei tedeschi per le prossime stagioni a venire.

Ciriaco si trasferisce, quindi, in Germania, dove viene accolto benissimo e l'impatto nel campionato non è da meno, tanto da valergli la convocazione nel 1994 da parte del tecnico della Svizzera - Roy Hodgson - per disputare i Mondiali in USA, in cui la Svizzera passa fortunosamente il turno, ma viene travolta nel turno successivo dalla Spagna. L'eccellenza con cui Sforza ricopre il proprio ruolo viene riconosciuta a livello europeo, ed il Bayern Monaco decide di acquisirne le prestazioni sportive. Il Bayern è un'altra realtà rispetto alle squadre cittadine in cui Sforza ha militato fino ad ora, ed a volte le pressioni sono pure eccessive. Purtroppo, il Bayern perde per due stagioni di fila lo scudetto e sono più le voci di gossip attorno al club che quelle che concernono vittorie, anche se la squadra bavarese - Ciriaco incluso - ha vinto la Coppa UEFA nel 1996. Sforza partecipa al seguente Europeo del 1996 in Inghilterra, rappresentando uno dei giocatori simbolo della Svizzera, ma la squadra non ha speranze di uscire dal girone di ferro in cui si trova.

Nonostante i vari elogi ottenuti, l'ambientamento di Sforza al Bayern non è dei migliori, ed il giocatore chiede il transfer. La prima squadra a mettersi in fila è l'Inter, allenata proprio dal vecchio c.t. della Svizzera, Roy Hodgson. Il tecnico inglese lo vuole a tutti i costi e Moratti lo accontento, portando Ciriaco alla Scala del calcio per 5 miliardi di Lire ed un contratto triennale a 600 milioni a stagione. Ci sono grandi aspettative attorno al giocatore, vista la pubblicità che gli viene fatta dall'allenatore, ma la stagione sarà tutt'altro che idilliaca. Il giocatore era stato chiamato per mettere ordine e dare geometrie a centrocampo, mentre il più delle volte si trova al di fuori dal gioco e piuttosto impacciato, tanto da finire in panchina ed usato ad intermittenza pure dal suo allenatore "amico". Le origini italiane non hanno aiutato Sforza ad ambientarsi nemmeno in Italia e per il giocatore si registra quasi una sindrome da "grande club", dove non riesce a rendere al meglio.

La decisione pare ovvia, tornare al Kaiserslautern dove aveva fatto tanto bene qualche stagione prima. Quindi, con qualche rimpianto nel cuore, Sforza lascia Milano e torna in Germania. La sua scelta si rivelerà vincente, poiché dopo essere risorto dalla Serie B tedesca, il Kaiserslautern - a sorpresa - batte il Bayern nella corsa alla Bundesliga e si aggiudica il titolo; una piccola rivincita verso il club bavarese. Dopo tre anni, cioè nel 2000, non poteva mancare - come classico percorso da meteora - un ritorno nel Bayern Monaco, che decide di provarlo una seconda volta visto l'ottimo rendimento durante la stagione precedente. Il 2000/2001 sarà un anno vincente per la squadra bavarese, che si aggiudicherà sia la Bundesliga che la Champions League e tutta la rosa viene confermata quasi in blocco, Ciriaco incluso. Purtroppo, rispetto alla prima, la seconda annata è poco fortunosa e Sforza spende più tempo in panchina che in campo. Ormai, a 32 anni, il giocatore ha voglia di chiudere la carriera nel club che lo ha reso noto e torna al Kaiserslautern. L'età non aiuta il giocatore, che subisce molti infortuni durante questo terzo capitolo nella squadra tedesca, riuscendo ad ottenere solamente 43 presenze in quattro stagioni. Infine, l'esperienza tra Sforza ed il club finisce in malomodo, invece che con un bell'abbraccio d'addio, poiché il giocatore litiga con l'allenatore - Henke - e decide - di comune accordo con la società - di terminare il proprio contratto in anticipo (precisamente 5 mesi).

Sforza decide di rimanere inattivo per il resto della stagione e nel 2006 si ritira dal calcio giocato per passare immediatamente alla carriera da allenatore. L'inizio della gavetta parte dal Lucerna (Svizzera), che Ciriaco allenerà per due stagioni - avendo tra i suoi giocatori il talento italo-svizzero Davide Chiumento -, ma verrà esonerato ai prinicipi della stagione in corso per un andamento non molto entusiasmante. Adesso l'ex giocatore è senza squadra, ma dovrebbe proseguire con l'intenzione di fare l'allenatore e provare a rivitalizzare una carriera non molto fortunata su qualche panchina importante. Chissà se oltre ad Aldo qualche altro tifoso interista - o non - ha ancora la sua maglietta nel cassetto...

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