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giovedì 26 febbraio 2009

Amarcord Ci Siamo Stati Anche Noi: Roberto Muzzi

Non è necessariamente un campione internazionale un giocatore che è ricordato come amarcord, può anche essere un calciatore che è stato importante per la risalita di due squadre nobili come Cagliari e Torino, riportate in Serie A grazie ai gol sonanti di Roberto Muzzi. Una punta grezza, non certo fine tecnicamente, ma potente, una forza della natura, tant'è che per esultare si divertiva ad esibire i propri muscoli, sollevando anche un caso a riguardo del regolamento sportivo a cui poi è stata fatta una modifica per ammonire tutti i giocatori che esultavano rimuovendosi la maglia. Ha girovagato gran parte del Paese, giocando in numerose società e segnando sempre gol.

Gli inizi li muove a Roma (Roma, 21 settembre 1971), sua città natale, dove cresce nelle giovanili giallorosse, esordendo pure in Serie A nel corso del campionato 1989/90 in un Roma-Inter finito 1-1. L'anno seguente aumenta la fiducia attorno a lui e riesce pure a segnare i suoi primi gol, finendo con 15 presenze e 3 marcature all'attivo. Un buon bottino per un ragazzino che con il suo fisico se la può giocare già con i grandi. Non fa presenze in Coppa Italia, ma quell'anno la Roma vince il trofeo che comunque figura nel Palmarès di Muzzi. Le stagioni seguenti non sono molto esaltanti in giallorosso, ma in Nazionale riesce a conquistare con la Nazionale Under-21 ben due Europei: nel 1992 e nel 1994, sotto la guida di Cesare Maldini. A dire il vero, la stagione 1993/1994 la passa in prestito dalla Roma al Pisa in Serie B, per vedere di che stoffa è realmente fatto il ragazzo, ed il campionato disputato è buono, con 8 reti in 23 partite. Si decide di provare a tenerlo nella Capitale, ma è un ritorno temporaneo, poiché viene ceduto nel novembre 1994 al Cagliari.

Un errore vista la prima stagione disputata nelle fila dei sardi con cui gioca 22 gare e segna 12 reti, riuscendo a tenere la formazione rossoblù saldamente nella massima serie. L'anno dopo, purtroppo, nonostante l'impegno i gol di Muzzi vengono meno, solamente tre, ed il Cagliari ne risente e retrocederà in Serie B. Tuttavia, è solamente una breve parentesi di buio, visto che i gol di Muzzi ci sono con continuità e nel 1997/1998 viene centrata la promozione grazie anche alle 17 marcature del bomber romano. Roberto Muzzi è arrivato alla sua completa maturazione fisica e come calciatore e la stagione che segue la promozione lo conferma come un ottimo attaccante pure in Serie A.

Su di lui mette glo occhi l'Udinese, che ha un progetto ambizioso da portare avanti e vede in Muzzi i "muscoli" giusti per dare peso e gol all'attacco friulano. La prima stagione è ottima - come solito - e Muzzi diventa idolo della tifoseria e diventa un punto fisso dell'attacco bianconero. Nel 2000 conquista con la squadra la Coppa Intertoto, ma la stagione che segue non è altrettanto prolifica per Muzzi, che si riprende nettamente nel 2001/2002 per calare nella sua quarta - ed ultima - stagione nel Friuli. Con l'Udinese disputa 4 campionati di Serie A, giocando 103 partite e realizzando 39 reti.

Nonostante inizi ad avere una certa età, c'è sempre chi cerca Muzzi come pedina aggiuntiva per completare il proprio attacco. Torna, infatti, a Roma, ma sulla sponda biancoceleste della Lazio. Sfortunatamente questa sua nuova esperienza nella Capitale non è molto felice, poiché non ha grande continuità e non riesce nemmeno a segnare regolarmente, partendo spesso dalla panchina. Riesce, comunque, a farsi ricordare segnando gol importanti come quello valido per la salvezza nel 2004/2005. Nel settembre 2005 viene ceduto al Torino, in Serie B, con cui conquista la serie A dopo una sudata partita segnando anche una rete di testa in seguito ad un calcio d'angolo e realizzando 8 reti in totale; l'annata seguente la disputa ancora con i granata, di nuovo in Serie A, realizzando 3 reti, tra le quali si ricorda quella della vittoria salvezza allo stadio Olimpico contro la Roma.

E' l'ultima stagione nella massima serie per Muzzi a cui scade il contratto sportivo con il Torino nel 2006/2007, ma la punta si sente ancora di voler calcare i campi da calcio ed all'età di 35 anni decide di scendere in C1 per firmare un biennale con il Padova. Per giocare ancora ha rifiutato la proposta del Torino di allenare una squadra giovanile della categoria "Allievi", ma nell'Ottobre del 2008 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato all'età di 37 anni. Forse era meglio accettare l'offerta granata e mettere da parte i muscoli per una volta.

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venerdì 20 febbraio 2009

Amarcord Ci Siamo Stati Anche Noi: Alen Bokšić

Arriva un giorno in ritardo per dei piccoli intoppi personali la rubrica "Amarcord", con cui il blog si cimenta nel ricordare e riportare a galla alcune vecchie glorie che hanno rappresentato il nostro calcio più recente, ma non vengono riportate con frequenza sui giornali, facendole finire lentamente nel dimenticatoio. Quest'oggi ricorderemo il talento dell'attaccante croato Alen Bokšić (Makarska, 21 gennaio 1970). La punta ha vissuto i migliori anni della sua carriera proprio in Italia, militando nelle fila di Juventus e Lazio, raggiungendo obiettivi importanti e dimostrando a tutti le sue immense qualità. Un giocatore che poteva fungere sia da centravanti che da seconda punta - che forse gli veniva meglio - e poteva garantire una certa rapidità alla manovra, fatta di ripartenze e contropiede in velocità.

I primi passi della sua ottima carriera, Bokšić li muove giocando in uno dei club più prestigiosi del campionato croato: Hajduk Spalato. Qui si evidenziano le doti del giocatore, che oltre ad avere un fisico importante, viene ricordato soprattutto per le sue notevoli doti tecniche. Da qui parte l'avventura di quello che sarebbe diventato un calciatore di livello internazionale. Curiosamente, è anche presente ad Italia '90 nell'allora Jugoslavia, ma non fa alcuna presenza nella competizione. Si trasferisce al Cannes, dove esordisce da professionista, ma si vede che Bokšić è un giocatore da panorami ben diversi. Su di lui mette gli occhi l'Olimpique Marsiglia che decide di portarlo a giocare al Velodrome quando ancora aveva vent'anni. La prima stagione non è ricca di grandi emozioni, facendo qualche sporadica presenza ed abituandosi al clima della grande squadra. L'anno successivo, invece, l'exploit del giocatore che colleziona 37 presenze segnando ben 23 reti e vincendo campionato nazionale e Champions League - strappata in finale al Milan di Capello - oltre alla classifica capocannonieri.

Il suo approdo nel calcio italiano è imminente e la Lazio lo accoglie nel 1993 facendo di Alen un protagonista nella rincorsa allo Scudetto. La forza fisica del giocatore è impressionante, soprattutto perché riesce ad abbinare queste doti ad uno scatto da mezzofondista con una tecnica eccezionale. Ha tutte le caratteristiche per diventare un numero uno, ma non riesce sempre a sfruttare a pieno le sue doti realizzative e sbaglia anche qualche gol abbastanza semplice. Da qui i dissidi con Zdenek Zeman, uno che questo genere di errore lo tollera poco. Quando la rottura con il tecnico è definitiva, Bokšić decide di lasciare Roma ed approda alla Juventus nell’estate del 1996. Prima del trasferimento, gioca gli Europei di Inghilterra '96, venendo eliminato solamente ai quarti di finale dalla Germania.

Fu amore a prima vista per il croato che si trova a suo perfetto agio nell'ambiente bianconero e nonostante quella squadra sia piena di bomber - Del Piero, Amoruso, Vieri, Padovano - Alen conquista la tifoseria. All’esordio in Champions con la maglia bianconera annienta il Manchester United con azione da manuale del perfetto sfondatore e si ripete ad Istanbul contro il Fenerbahçe e contro il Rapid Vienna. Anche in campionato è devastante, ma viene fermato da qualche guaio muscolare che non gli permettono più di giocare con continuità e la concorrenza lo sorpassa. Memorabile, però, la sua rete in Bologna - Juventus, partita decisiva per lo Scudetto e Bokšić segna un goal strepitoso al termine di uno slalom da grandissimo campione. A fine stagione avrà conquistato lo Scudetto, la Supercoppa Intercontinentale e la Supercoppa Europea, ma perde la finale di Champions contro il Brossua Dortmund.

Tirate le somme, le reti con la maglia della Juventus sono poche per guadagnarsi la conferma, con Bokšić che paga tutti quegli infortuni. C'è, però, chi non si è dimenticato di lui e la Lazio è disposta a rilevare il suo cartellino dalla società torinese. La scelta del croato sarà azeccata, poiché nelle prossime tre stagioni in biancoceleste vincerà molti trofei con la maglia degli aquilotti (2 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana, la Supercoppa Europea, la Coppa delle Coppe e Scudetto nel 2000) e verrà ricordato come una gloria di questa squadra. Durante la seconda parentesi laziale ha anche qualche soddisfazione in Nazionale, venendo convocato per Francia '98, ma - infortunatosi alla prima apparizione - deve saltare tutta la competizione. Tuttavia, nel 2000, decide di provare un'ultima esperienza in un altro campionato prima di ritirarsi dal calcio giocato e decide di trasferirsi al Middlesbrough in Premier League. Le ultime tre stagioni nella squadra britannica sono ottime e Bokšić chiude nel migliore dei modi una carriera gloriosa e riesce a partecipare al Mondiale di Korea e Giappone '02 che sancisce il suo addio al calcio. Guarda caso si trovava proprio nel girone dell'Italia.

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venerdì 13 febbraio 2009

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Philemon Raul "Phil" Masinga

Torniamo indietro di una decina d'anni e ricorderemo che a Bari stava nascendo la stella di Antonio Cassano. Tuttavia, oltre all'estro del barese, in quella squadra vi era pure un gigante buono che riusciva a far rimanere i "galletti" a galla con i suoi gol. E' questa la storia di Phil Masinga, attaccante sudafricano (Klerksdorp, 28 giugno 1969) che ha militato nella squadra pugliese dal 1997 al 2001. E' un ragazzo agiato economicamente nel suo Paese, ma trova nel "football" una distrazione ed un posto dove poter sorridere, così inizia la sua carriera professionistica giocando in Sud Africa. Appena il tempo di fare due stagioni in prima divisione che viene acquistato dal Leeds per una cifra attorno alle 275.000 Sterline.

Nel club inglese disputa due ottime annate, non giocando tantissimo, ma riuscendo a fare sempre delle reti pesanti che ne evidenziano le sue qualità. La sua caratteristica principale è quella di aiutare molto la squadra e grazie ad i suoi movimenti detta spesso il passaggio ai compagni per andare in porta. Prima di arrivare in Italia (alla Salernitana), Phil si ferma in Svizzera al San Gallo. Appena il tempo di giocare 10 partite e poi, nell’ottobre del 1996, la partenza per Salerno. La Salernitana punta alla promozione in Serie A; la stagione però si conclude senza acuti e Masinga va a segno solo 4 volte in 16 partite. In Nazionale è l'uomo chiave e grazie alle sue reti la rappresentativa del Sud Africa vince l'edizione della Coppa d'Africa del 2007 - come Paese ospitante - garantendogli l'accesso alla Confederatinos Cup 2007. Arrivò, quindi, alla Salernitana, che disputava il campionato di serie B, come oggetto misterioso, rimanendo tale fino alla settima giornata di ritorno quando segnò la prima delle appena 4 reti (in 16 presenze), che nonostante ciò risultarono decisive per la salvezza della squadra - che in realtà puntava alla promozione.

Il bottino è magro, ma c'è chi cerca il sostituto per la coppia Ventola-Guerrero, e l'africano calza a pennello. Purtroppo per Masinga non ci sono molto spazi e rimane spesso in panchina, ma tutto cambia quando Ventola subisce un grave infortunio e Fascetti si trova "costretto" a puntare sul pennellone. Contro l'Empoli entra e segna una doppietta decisiva - sbloccandosi - e lasciando intendere che lui può essere il titolare di questa squadra. Nelle successive partite non si ferma più e a farne le spese sono il Vicenza prima e l’Inter poi. Il suo gol più bello lo farà al Milan e chiuderà la stagione magica con 9 reti sparse in 21 presenze. Parteciperà alla Confederations Cup ed in Coppa d'Africa - Burkina Faso 1998 - trascina la squadra in finale contro ogni aspettativa, cedendo il passo solamente all'Egitto. Infine, è proprio Phil a segnare la rete decisiva per l'accesso alla Coppa del Mondo di Francia 1998 dei "Bafana Bafana" - Coppa dove, poi, sfigureranno dopo tante speranze.

All’inizio del campionato Masinga si ripresenta a Bari ancora molto motivato e Fascetti punta su di lui anche perché Ventola nel frattempo era stato venduto all’Inter. Alla fine della stagione 1998-99 i numeri danno ragione a Fascetti. Masinga è per il secondo anno consecutivo capocannoniere del Bari ma stavolta con 11 gol tra i quali la doppietta rifilata all’Inter. La stagione successiva però presenta delle complicazioni per il giocatore sudafricano che a causa di un infortunio è costretto a stare fuori dal campo per molto tempo, tuttavia tra le poche partite che riesce a giocare c’è anche un gol contro il Perugia, unico gol del Phil nella stagione 1999-00. Nel 2000-01 Masinga ha voglia di riscatto ma Fascetti gli preferisce Cassano costringendolo a fare tanta panchina. Entrando a partita iniziata Masinga è decisivo solo in una partita quella contro l’Udinese finita 2-1 a favore dei galletti nel quale segna una doppietta. Alla fine della stagione il Bari è retrocesso all’ultima posizione e Masinga autore di soli 3 gol in tutta la stagione lascia Bari per l’Al Wehda non senza un pizzico di commozione per la squadra che gli ha data fiducia e non senza rammarico e delusione per la retrocessione. Il bilancio finale di Masinga a Bari conta 74 presenze e 24 reti in 4 anni.

Alla fine della stagione trovò un accordo col Coventry City, ma non gli venne concesso il permesso di lavoro. Per qualche mese Masinga disputa il campionato arabo con l'Al-Wahda, realizzando una valanga di goal che però non lo stimolano a sufficienza: non ricevendo nessuna offerta da club più prestigiosi, nel 2002 decide di ritirarsi dal calcio agonistico. Attualmente è un dirigente della Federazione calcistica del Sud Africa ed ha fatto parte del comitato organizzativo per la candidatura dei Mondiali in Sud Africa nel 2010 e viene ricordato come uno dei migliori giocatori nella storia della Nazionale.


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venerdì 6 febbraio 2009

Amarcord Ci Siamo Stati Anche Noi: Aron Mohamed Winter

Il primo giocatore ad essere stato acquistato a parametro zero dopo tutta la bufera Bosman. Aron Mohamed Winter (Paramaribo, 1 marzo 1967) è un ex calciatore e allenatore di calcio olandese che ha militato per sette stagioni nella Serie A vestendo le prestigiose maglie di Lazio ed Inter. Dotato di un fisica agile e scattante, con una grande resistenza, ricopre al meglio il ruolo del mediano di rottura, al quale, però, venivano anche affidati i compiti di iniziare l'impostazione dell'azione. La sua posizione era proprio quella del mediano difensivo, ruolo in cui viene notato quando gioca nel SV Lelystad, prima di passare all'Ajax di Amsterdam nel 1985.

Come ogni olandese che si rispetti, passa dai "Lancieri" prima di approdare nel grande calcio europeo. Ad appena 19 anni, 1986, esordì con la prima squadra ed iniziò la sua lunga carriera. Il suo rendimento era altissimo e non passò inosservato ad occhi indiscreti, tanto che nel 1988 Michels decise di convocarlo per gli Europei vinti nella Germania dell'Ovest. Rimase nel giro della Nazionale anche negli anni a venire, giocandosi anche il Mondiale 1990 e l'Europeo 1992. Anche con l'Ajax arrivarono svariate soddisfazioni durante i suoi anni di presenza: due Coppe di Olanda (1987 e 1988), l'Eredivisie (1990), la Coppa delle Coppe (1987) e la Coppa UEFA (1992).

Proprio nel 1992, Paul Gascoigne incombe in un gravissimo infortunio ai legamenti del ginocchio e la Lazio deve intervenire tempestivamente sul mercato per trovare un altro centrocampista. Winter è l'ideale ed arriva a Roma con già un bel bagaglio di esperienza alle spalle. Esperienza che è sicuramente servita all'olandese a figurare bene nelle fila laziali durante le tre stagioni passate a Roma, dove diventò un elemento fondamentale di un ottimo centrocampo assieme a Diego Fuser, Roberto Di Matteo e successivamente lo stesso Gazza. Iniziava a farsi sentire la voglia di poter vincere qualche trofeo - dopo quelli ottenuti con l'Ajax - e dopo l'Europeo del 1996, si trasferì a Miano, sponda nerazzurra. Nel frattempo aveva anche giocato il Mondiale del 1994 con la Nazionale, segnando pure una rete nei quarti di finale contro il temutissimo Brasile e collezionando ben 123 presenze e 21 gol con la maglia biancoceleste.

Non cambia la storia quando passa all'Inter, ed è determinante anche per il settore nevralgico dei milanesi. Avrà la possibilità di giocare assieme a Baggio, Bergomi e Ronaldo, oltre che di alzare la Coppa UEFA nel 1998 assieme ai compagni interisti. Mentre veste la maglia dell'Inter partecipa pure al Mondiale del 1998 in Francia, dove la sua Olanda arriva quarta. La sua integrità fisica gli garantisce grande quantità di rendimento e continuità. A Milano lo ricordano ancora simpaticamente come "W(viva, ndr)-Inter".

Nel 1999, dopo un campionato disastroso con l'Inter (durante la stagione vengono cambiati quattro allenatori), torna all'Ajax dove c'è la vecchia conoscenza Frank Rijkaard e nel 2000 partecipa all'Europeo che sancirà il suo addio con la Nazionale, ma grazie all'ennesima competizione in orange, rompe il record di presenze che era di un mostro sacro come Krol e diviene il quinto olandese più convocato. Nel 2001 viene prestato allo Sparta Rotterdam per contrasti con l'allora allenatore dell'Ajax Co Adriaanse, prima di fare ritorno alla "casa madre" l'anno successivo in cui decide di appendere le scarpe al chiodo. Adesso allena le giovanili dell'Ajax cercando di trovare quali saranno i prossimi talenti del futuro tinto di orange.

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venerdì 30 gennaio 2009

Amarcord Ci Siamo Stati Anche Noi: Oliver Bierhoff

Oliver Bierhoff (1 Maggio, 1968 a Karlsruhe, Germania) ha calcato con successo i campi del calcio italiano. Un ariete di quelli veri, un perno offensivo difficile da scardinare che era sempre presente al centro dell'area, pronto a colpire a "gravità zero". Fortissimo di testa e dotato anche fisicamente ha fatto sempre passare in secondo piano la sua tecnica mediocre segnando gol pesanti per le squadre in cui ha giocato. Eppure è strano pensare che un calciatore del suo calibro non riuscì a sfondare in Bundesliga, anzi, le sue esperienze in Germania furono fallimentari e per mettere in luce le sue doti dovette trasferirsi nella Bundesliga Austriaca, dove nelle fila dell'Austria Salisburgo. Con lse sue 23 reti in 33 presenze viene notato da molti club europei, tra cui l'Inter che lo acquista e lo gira in prestito all'Ascoli.

Con i bianconeri la stagione in Serie A non è delle più esaltanti ed i bianconeri retrocedono. Tuttavia, rimane altre tre annate con gli ascolani nella serie cadetta, dove si afferma come capocannoniere nel 1992/1993 e vice nel 1993/1994, ma nulla può alla terza stagione fra i cadetti per evitare la retrocessione agli ascolani, tuttavia riceve attestati di stima tra cui quelli del presidente Luciano Gaucci che promette di portarlo a Perugia in caso di promozione. I grifoni non riescono nell'impresa, ma il tedesco riceve l'attestato di stima da parte dell'Udinese, trasferendosi immediatamente in friuli. Il possente centravanti tedesco non delude le aspettative, ma al contrario si rende protagonista di uno straordinario campionato segnando ben 17 gol. Nel 1996-1997 l'Udinese si piazza al quinto posto, che all'epoca garantiva la partecipazione alla Coppa UEFA. Proprio Bierhoff con i suoi gol diventa uno dei protagonisti di una squadra che stupisce l'Italia. Nel 1997-1998, infatti, i friulani ottengono un clamoroso terzo posto dietro Juventus e Inter, mentre Bierhoff sarà capocannoniere con 27 gol: era dal 1960-61 che un giocatore di Serie A non segnava tanto. Bierhoff segna più gol anche del fenomeno Ronaldo pur fallendo un rigore all'ultima giornata, quando ancora era aperta la lotta per il titolo di capocannoniere.

Proprio nel suo periodo ad Udine Bierhoff è convocato per la prima volta nella Nazionale tedesca, con cui esordisce il 21 febbraio 1996 contro il Portogallo. Anche in Nazionale il suo ruolino di marcia è impressionante: in poco più di due anni mette a segno 20 gol. È anche fra i protagonisti del titolo europeo del 1996: subentrato nella finale contro la Repubblica Ceca, con la sua squadra sotto per 1-0, Bierhoff sigla prima il pareggio e poi il golden goal che vale il trionfo - il primo a livello internazionale. Partecipa poi con la maglia tedesca anche ai Mondiali 1998 con 5 presenze e 3 gol.

Dopo il campionato del mondo passa in forza al Milan nel quale è chiamato a far coppia con George Weah: sarà ancora un Bierhoff scatenato, che supplisce alla sua non eccellente tecnica con un colpo di testa micidiale che gli permette di mettere a segno 20 gol in Serie A, 2 dei quali su rigore. Il Milan vince lo scudetto. I due anni successivi rimane al Milan, ma i suoi gol cominciano a diventare sempre più rari mentre si evidenziano sempre più i suoi difetti di lentezza e poca precisione al tiro, fino ad allora magistralmente bilanciati da una eccezionale media-gol. Nel gennaio 2002 passa perciò al Monaco e con i francesi sfiora addirittura la retrocessione.

A 34 anni, disputa i Mondiali 2002 con la Germania, segnando un gol nella partita contro l'Arabia Saudita. La Germania è sconfitta in finale dal Brasile: sarà questa, per Bierhoff, l'ultima partita in Nazionale.

Nel 2002 torna in Italia per giocare tra le file del Chievo Verona: questo è la sua ultima stagione da calciatore. A Verona, con la sua esperienza, si rivela un punto di riferimento per la squadra che finisce il campionato in 7° posizione. A fine stagione, dopo aver segnato 7 gol in 35 presenze, si ritira dal calcio giocato ed attualmente ricopre il ruolo di manager della Nazionale tedesca.

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giovedì 22 gennaio 2009

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Moreno Torricelli

Andiamo a premiare anche quella che è stata la "classe operaia" della nostra Serie A. Un giocatore che ha vissuto una storia particolare che gli ha cambiato la vita. Moreno Torricelli è una di quelle persone "baciate dalla fortuna", ma è anche un uomo dai modi gentili e sempre cortese. Uno di quelli che fino ai primi anni '90 faceva il magazziniere per una fabbrica in Brianza, non certo un orizzonte florido, una vita di fatica e sacrifici. Poi, l'evento che gli cambiò la vita, un'amichevole contro la Juventus nel 1992 con la Caratese - squadra dilettantistica in cui militava. I bianconeri ne denotano le qualità durante un provino estivo ed è Trapattoni ad essere colpito dal giocatore, chiedendone l'acquisto. La proprietà, evidentemente perplessa, decide di ascoltare il suggerimento del tecnico luminare e mette sotto contratto Moreno Torricelli per pochi milioni di vecchie Lire.

Lui, ancora oggi, rimane incredulo: "All’improvviso è spuntata la Juventus», racconta, «e fino all’ultimo non ci ho creduto. Mi seguivano due società; avrei potuto andare alla Pro Vercelli, ho fatto un provino per il Verona, infine sembravo destinato al Lecce. Poi è arrivata la grande occasione, due amichevoli con la Juventus che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza ed Ancona. La favola è cominciata lì". E di sicuro non si sarà aspettato di debuttare subito in Serie A contro l'Atalanta, partita vinta per la Juventus per 4-1. Il giocatore conquista anche i tifosi, all'inizio diffidenti, grazie alla verve ed alla grinta che mette in campo. E' assai duttile e può ricoprire tutti i ruoli della difesa, ma la corsia di destra rimane la sua preferita, dove riesce a sfogare tutta la sua potenza e determinazione. La sua dedizione per il lavoro fanno si che i tifosi gli attribuiscano anche un simpatico soprannome di "Geppetto".

Anche durante la gestione Lippi Moreno è sempre titolare fisso della squadra bianconera. Le due stagioni migliori per Torricelli sono la 1994-95 e la 1995-96 in cui conquista lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa Europea e la Supercoppa Italiana, disputando partite memorabili per intensità e grinta. Da incorniciare è la finale contro l’Ajax, nella quale sfiora il goal dopo una corsa di cinquanta metri verso la porta avversaria e viene eletto miglior giocatore in campo. Inevitabilmente, arriva anche la convocazione in Nazionale con la quale disputa 10 partite, partecipando al Campionato Europeo 1996. Anche nel 1997-98 "Geppetto" è ancora protagonista ed è determinante per la conquista di altri due scudetti.

La voglia di provare un'altra esperienza c'è e nell’estate del 1998, dopo 230 partite e 3 goals in maglia bianconera, chiede ed ottiene di essere ceduto alla Fiorentina, dove ad allenare la squadra c’è proprio Giovanni Trapattoni, l’uomo che lo aveva scoperto sei anni prima. Moreno disputa un'ottima stagione che termina con la conquista da parte della squadra viola del terzo posto in campionato e con l’accesso ai preliminari di Champions League. Disputerà ancora tre stagioni con i viola, fino all’estate del 2002, anno del fallimento economico della società. Nel gennaio 2003 si trasferisce in Spagna, nell’Espanyol, dove disputa due stagioni. Torna in Italia nel novembre 2004 giocando nelle file dell’Arezzo, nel campionato di Serie B. Adesso è tornato alla Fiorentina, dove allena il settore giovanile. Per lui è stata proprio una favola.

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giovedì 15 gennaio 2009

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Rui Manuel César Costa

Non parliamo di un semplice calciatore, ma di un artista del gioco con il pallone. Uno dei pochi che erano rimasti che tenevano la testa alta mentre lasciavano sul posto gli avversari, in modo da poter trovare il pertugio giusto per deliziare la folla - ed i compagni - con assist sublimi, pennellati al bacio per gli attaccanti da trasformare. Ha fatto anche i suoi gol come centrocampista, ma la vera identità di Rui Costa è proprio quella del numero 10, quello che inventa il colpo ad effetto quando meno te lo aspetti. In onore di Milan - Fiorentina, questo intervento non poteva che andare a questo grandissimo giocatore.

Quando si dice la classe non è acqua: Eusebio - non uno qualunque - scoprì il giocatore alla tenera età di nove anni per aggregarlo alle giovanili del Benfica, dove Rui Costa sarebbe cresciuto per diventare uno dei più forti trequartisti del mondo. Il talento del giocatore si vede e cresce di anno in anno, guadagnando confidenza con il dribbling e presentando un tiro sempre più pericoloso. Viene deciso di mandarlo in prestito per un anno a "farsi le ossa" nelle fila del AD Fafe, dove - alla fine della stagione - gioca anche il Mondiale U20 del 1991, vinto proprio dal Portogallo. E' qui che l'astro nascente si mette in luce, ed il Benfica non può farsi mancare l'occasione per riportarlo alla base. All'Estádio da Luz gioca in un Benfica fatto di talenti, riuscendo a portarsi in bacheca la Coppa di Portogallo nel 1992/1993 ed il campionato l'anno successivo.

Cecchi Gori si innamorò del giocatore e non badò a spese, pagandolo ben 11 miliardi di vecchie Lire! E' così che Manuel Rui Costa arriva a Firenze all'età di 22 anni per giocare dietro al Re Leone Batistuta. Poco poteva sapere lui che sarebbe diventato un giocatore di fama internazionale. Tuttavia, sul campo, si intravide subito che futuro avrebbe avuto il lusitano: brillante ed assicurato. I tifosi fiorentini già lo avevano reso un idolo, senza sapere quanto avrebbe ancora dato per la maglia viola. Alla sua seconda stagione fiorentina arriva la Coppa Italia, una soddisfazione per il giovane Rui Costa, che a fine anno partecipò all'Europeo del 1996 con la sua Nazionale. L'anno con la Fiorentina inizia subito bene, vincendo la Supercoppa, e la squadra è competitiva per competere ad alti livelli, ma manca sempre quel che per vincere qualcosa di importante. Rui Costa viene chiamato semplicemente Rui e di lui si denota l'estrema signorilità ed educazione, un grande uomo, apprezzato da tutta la platea. Quando Batistuta decise di andare a vincere lo Scudetto a Roma, Rui Costa rimase in viola per dare ancora tanto alla squadra e partecipare ad Euro 2000. Riesce a vincere una seconda Coppa Italia, ma nel 2001 - parte per vincere qualcosa, parte per il fallimento incombente della Fiorentina - decise di accettare l'offerta del Milan, fruttando alle casse viola ben 85 miliardi di Lire, una plusvalenza enorme!

Per Rui Costa era l'ora di iniziare una "seconda giovinezza" e provare la sensazione di giocare in un top club, anche se a Firenze era rimasto il suo cuore, con quei 10.000 tifosi che si erano recati al suo addio, commuovendolo. Era un uomo sensibile Rui Costa, che riusciva a trasmettere la stessa emotività nelle sue gesta, danzando su quel pallone e creando traiettorie quasi dipinte. La prima stagione al Milan è di adattamento, ma dopo il Mondiale del 2002, torna più forte e determinato per fare bene e con i rossoneri centrerà un bellissimo double: Champions League-Coppa Italia. E' lui il campione che svezza Kakà e trascina il Milan alle vittorie con i suoi assist per i gol del giovane Sheva. Le soddisfazioni non sono finite, poiché ci sono da vincere ancora Supercoppa Europea ed Italiana, oltre allo Scudetto 2003/2004. Durante l'estate del 2004 disputa la sua ultima competizione in Nazionale, che termina con un sapore di amarezza per aver perso in casa - davanti ai propri tifosi - la finale dell'Europeo contro la sorprendente Grecia. Al suo ritorno - forse abbattuto anche da questo risultato - Rui Costa riconosce che sia arrivato il momento di cedere lo scettro da titolare al rampante Kakà: "Se non gioca Kaka', non so chi deve giocare". Quell'anno, però, fu maledetto e la finale ai rigori di Liverpool impedì a Rui di vincere la sua seconda Champions, ed il portoghese decise di rescindere consensualmente il contratto che lo legava al Milan per giocarsi le sue ultime stagioni al Benfica.

Galliani non si oppose e la società lasciò libero il giocatore, che ritornò in patria, nella sua patria: il Benfica. Al Milan, Rui Costa non segno tanti gol, ma centrò ben 65 assist che sono il suo record personale in carriera. Le sue ultime due stagioni passate a Lisbona non sono da "pensionato", anche perché Manuel dimostra di avere ancora un'ottima dimestichezza del pallone e la squadra pende dalle sue giocate. L' 11 maggio 2008 ha giocato la sua ultima partita con la maglia del Benfica, ritirandosi, così, ufficialmente dall'attività agonistica. Pochi giorni dopo il suo ritiro è stato nominato direttore sportivo del Benfica. Ricevette una bellissima lettera da parte di Galliani: "Caro Rui, l'ultima partita da calciatore professionista porta con se' emozioni forti e contrastanti. La gioia di poter

giocare davanti a tifosi che ti amano, di avere tra loro i tuoi familiari e tanti amici si contrappone al naturale velo di tristezza che accompagna il pensiero di una grande carriera che sta per finire. Sappiamo che non lascerai il mondo del calcio e che il mondo del calcio potrà ancora contare su un grandissimo uomo, un campione che abbiamo avuto l'onore di conoscere e avere a Milanello per cinque meravigliosi anni. Qui sei diventato uno di noi, uno della grande famiglia rossonera: perché tu, caro Rui, sei come il Milan, leale e appassionato, generoso e caparbio, imprevedibile e innamorato di questo meraviglioso sport. Sei tornato in Portogallo per una scelta di vita, ma non ci siamo mai allontanati da te e non lo siamo nemmeno in questa speciale serata. Perché per noi non sei solamente un nome e un numero sulla maglia: sei anche e soprattutto il Rui che ha lasciato il Milan, Milano e l'Italia regalandoci indelebili ricordi. Caro Rui, è impossibile dimenticarti. Per questo oggi il nostro pensiero va a te, protagonista unico della tua ultima rappresentazione sul palcoscenico del calcio giocato". Oggi fa il dirigente al Benfica, ma per me Rui, tu sei sempre quello dal grande dribbling, tecnica sopraffina e ottima visione di gioco:

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venerdì 9 gennaio 2009

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Marcel Desailly

Adesso iniziamo ad addentrarci anche a parlare di quelli che sono stati mostri sacri del nostro campionato, come Marcel Desailly, pilastro e fulcro del centrocampo di Capello ai tempi del Milan. Una diga insuperabile sia quando interpretava il ruolo di centrocampista centrale - rompendo il gioco altrui - che quando fu spostato indietro per ricoprire la zolla del difensore centrale, dove riusciva a farsi rispettare nello stesso modo. All'anagrafe figura come Odonkey Abbey, nato ad Accra il 7 settembre 1968, ma grazie alla moglie guadagna lo status francese e decide di cambiare il proprio nome con quello sotto cui tutti lo conosciamo.

Effettivamente, Desailly, vive praticamente tutta la sua infanzia in Francia, essendosi trasferito a Nantes nel 1972 - all'età di 4 anni. All'età di 15 entra nelle giovanili della squadra locale, ma due anni dopo deve affrontare la morte del fratello maggiore, anche lui innamorato del gioco del calcio. Questo non scoraggia Marcel, anzi, lo rafforza nella sua volontà per diventare calciatore professionista - e, probabilmente, è stato uno stimolo in più durante tutta la sua carriera. In quel vivaio ci sono anche altre promesse come Didier Deschamps e Christian Karembeu - ed anche vecchie conoscenze italiane come Reynald Pedros. Desailly esordisce giovanissimo - a 18 anni - nella prima squadra, riuscendo a distinguersi sempre per una certa eleganza "rocciosa" - un contrasto interessante - ed anche se il Nantes non riuscì a vincere trofei in quel periodo, molti dei giovani vennero segnati sul taccuino di molte squadre europee. Deschamps venne acquistato dall'Olimpique Marsiglia, ma la stagione seguente - sotto consiglio dell'amico - anche Marcel si trasferì nella città portuale, dove riuscì ad ottenere anche la Coppa dei Campioni, fatalmente contro il Milan.

I dirigenti rossoneri decisero di portarselo a Milanello nell'ottobre del 1993, dove Desailly poteva crescere con tranquillità, imparando da tutti i campioni che lo circondavano. Iniziò ad entrare pure nel giro della Nazionale. Si ambientò perfettamente, occupando un posto tra i titolari dei rossoneri, ed a fine stagione arrivò il double Scudetto-Champion's League, dove nella finale vinta per 4-0 contro il Barcellona c'è pure il suo nome tra i marcatori. L'anno successivo arrivarono la Supercoppa Italiana ed Europea, ma poi fu partecipe del momento senza successi del Milan, con tanti secondi posti che lasciarono l'amaro in bocca, proprio come quella semifinale dell'Europeo persa ai rigori contro la Repubblica Ceca, che tolse in pratica la gioia di aver vinto il Campionato nel 1996.

L'avventura nel Milan di Desailly si può dire più che discreta, ma il giocatore francese cerca nuovi stimoli e - dopo aver vinto il Mondiale di Francia 1998 - decide di passare al Chelsea per provare un altro campionato. Anche nello scacchiere dei Blues - sotto la guida di Claudio Ranieri - il francese si adatta alla perfezione e riesce a dare il meglio di sé. La squadra di Londra torna al successo nelle competizioni europee, vincendo la Supercoppa contro il Real Madrid. Poi, nel 2000, vengono vinti anche due trofei nazionali: Charity Shiedl e Coppa d'Inghilterra. Proprio in quell'anno Desailly avrà vinto anche l'Europeo con la Nazionale francese, sconfiggendo in finale l'Italia - un'annata perfetta per il giocatore. Nel 2001 vince anche la Confederations Cup in Giappone e Corea, prima di imbattere nella delusione del Mondiale. Anche l'Europeo del 2004 sarà piuttosto deludente - nonostante nel 2003 fosse stata vinta un'altra Confederations - e Marcel decide di abbandonare la squadra londinese quando arriva José Mourinho in panchina.

Decide, quindi, di giocare gli ultimi anni di una gloriosa carriera in Qatar, più che altro per guadagnare. Comunque, nonostante il notevole aspetto economico, riesce anche a vincere il campionato nelle fila del Al-Gharafa, di cui è anche il capocannoniere! Terminerà la sua carriera calcistica nel Qatar SC per poi ritirarsi il 6 settembre 2006. Il Ghana gli offrì la panchina della Nazionale, ma rifiutò e quindi il Milan ne approfittò per concedergli il ruolo di osservatore per l'Africa, come Leonardo fa per il Brasile. Allo stesso tempo fa pure il commentatore in televisione, anche se alcuni giocatori si sono stizziti per dei commenti troppo severi. Adesso, però, ha manifestato la voglia di allenare nuovamente, magari il Chelsea ha detto però "prima di farmi guidare una Ferrari, fatemi fare pratica con altre vetture". Già, perché di Ferrari "sfasciate" Desailly ne sa qualcosa (incidente 1997).

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lunedì 29 dicembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Roberto Néstor Sensini

Quando si parla di amarcord della Serie A non si può non pensare a Roberto Néstor Sensini, il "nonno" come lo chiamavano in molti, ma sapeva mordere le caviglie avversarie con grande ferocia, rimanendo un grande uomo dal grande cuore fuori dal campo. E' così che ci ricordiamo Sensini, grintoso ma sempre sorridente. Adesso è partito con una nuova avventura sulla panchina del Newell's e pensavo fosse doveroso dedicargli questo numero della rubrica.

Roberto Néstor Sensini nasce il 12 ottobre 1966 ad Arroyo Seco, Argentina. La sua carriera parte dalle giovanili proprio del Newell's, dove esordisce in prima squadra a 20 anni, guadagnandosi subito spazio tra i titolari. Il talento del ragazzo è evidente e sarà presente anche ai Mondiali del 1986, ma solamente come "sparring partner", quindi non risulterà nel suo Palmarès. La sua continuità nelle prestazioni e la vittoria del Campionato gli garantiscono l'approdo nel calcio europeo, precisamente nelle fila dell'Udinese nel 1989 assieme ad Abel Balbo. Entrambi parteciperanno alla deludente Copa América prima di aggregarsi definitivamente alla squadra friulana. Per la cronaca, anche se ormai bisognerebbe dire per la storia, l' Inter del Trap aveva lo scudetto sul petto e il campionato se lo giocava con il Milan di Arrigo Sacchi e degli olandesi, il Napoli dell' amico Maradona e di Moggi e la sempre più sorprendente Sampdoria della premiata ditta Vialli&Mancini. Questo il primo impatto di Sensini con il calcio italiano: "le prese in giro. A me per i pantaloncini, che portavo ancora corti e attillati come eravamo abituati in Sudamerica; a Balbo per i capelli lunghi sulle spalle, marchio Doc del calcio argentino. Ma trovammo davvero un bel gruppo di gran bravi ragazzi e l' inserimento fu velocissimo". Insomma, il primo incontro con la goliardia italiana.

C'era poco da prenderlo in giro Sensini che si mise in luce con la maglia bianconera, sfoderando ottime prestazioni sia in A, che in B, venendo ambito dalle principali squadre italiane, ma lui ha un particolare attaccamento verso questa maglia - un segno di gratitudine per averlo portato nel calcio che conta. Durante il periodo in Friuli partecipa anche ad un Mondiale, ma senza fortuna per la selezione albiceleste. Il momento di cambiare arriva nel 1993, quando viene acquistato dal Parma che punta in alto. Qui Sensini riuscirà a mettere le prime Coppe in Palmarès, vincendo subito la Supercoppa Europea ed aggiudicandosi due Coppe UEFA (1994/1995 e 1998/1999) ed una Coppa Italia (1998/1999). Sono anni di grande gioia quelli nelle fila dei ducali, con tanti successi e la possibilità di giocare accanto a molti campioni, anche argentini. Le prestazioni positive gli guadagnano la convocazione per il deludente Mondiale del 1994 e l'Olimpiade di Atlanta 1996, in cui conquista un argento onorevole. Durante il periodo al Parma riesce a creare una grande sintonia con Ancelotti come allenatore, mentre non sboccia mai un rapporto idilliaco con Sacchi come dirigente, il quale gli chiude le porte al rinnovo nel 1996, poiché troppo vecchio.

Siccome il nonno non è una persona che prende bene questi scherzi, decise di andarsene altrove. Chi non si fece sfuggire l'occasione era la Lazio di Sven Goran Eriksson, il quale vedeva in Sensini il partner ideale per Nesta al centro della difesa. Effettivamente, con i biancocelesti vinse Scudetto e Coppa Italia nel suo anno d'esordio - 1999/2000 - riuscendo a dimostrare di essere ancora un valido giocatore, nonostante gli anni passano per tutti. Tuttavia, l'anno successivo fa ritorno in Emilia alla corte dei ducali, dove nel 2001/2002 vince un'altra Coppa Italia e - soddisfatto di avere dimostrato di non essere finito - decide di compiere l'ultimo passo importante della sua carriera: il ritorno ad Udine.

Le ultime stagioni passate in Friuli sono molto belle, poiché la squadra è in netta risalita grazie agli investimenti ed al lancio dei giovani e Sensini riesce a sentirsi più leggero giocando in un ambiente così sereno. Nonostante l'età gioca con una regolarità incredibile, guadagnandosi anche la qualificazione alla Champions League nel 2005! Tuttavia, l'anno seguente - in gennaio - il "vecchio nonno" si ritira dal calcio giocato dopo 17 anni in Serie A - un recordo per uno straniero dopo le nuove norme del 1980 - e si immola come traghettatore per la squadra al posto di Serse Cosmi. Al suo fianco c'è Dominissini ed assieme otterranno una salvezza tranquilla. L'anno successivo decide di tornare in Argentina, dove accetta l'incarico di allenare l'Estudiantes durante il torneo di Clausura al posto di Simeone. Adesso sta per intraprendere questa nuova avventura con la squadra che lo ha lanciato. Speriamo di poterlo rivedere - prima o poi - in Italia!

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giovedì 25 dicembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Darìo Debray Silva Pereira

Molti lo considerano una meteora, ma per me Dario Debray Silva Pereira è stato un giocatore di cui si può parlare in un'altra luce. A me piaceva questo uruguagio dallo scatto fulminante, tanto veloce da correre più veloce del pallone - ed, effettivamente, a volte lo perdeva goffamente in corsa lasciandosela dietro. Tuttavia, la punta che militò nel Cagliari riuscì a lasciare il segno in Sardegna.

Dario Silva (Treinta y Tres, 2 novembre 1972) inizia da giovanissimo - nel 1991 - la sua carriera per il Defensor Sporting dove riuscì ad acquisire una certa fama come realizzatore, tanto da potersi trasferire - due anni dopo - al Penarol; il più blasonato club dell'Uruguay. Sarà proprio qui che Darìo esplode e nasce come bomber di razza, segnando 27 gol in 44 presenze. Tanti gol che gli valgono la chiamata in Nazionale, la quale favorisce la sua notorietà in giro per il globo. A piazzare il colpo - e scommessa - fu il Presidente del Cagliari Cellino, il quale decise di portare Darìo Silva in Sardegna.

Venne presentato come un fenomeno, forse troppo per lui, ma i tifosi del Cagliari riponevano grandi speranze nell'attaccante uruguagio. Gli trovano immediatamente anche un soprannome molto divertente: "sa pipinca", quasi come una zanzara noiosa che punzecchia gli avversari. Nel 1995 in panchina sedeva il grande Trapattoni e ne reparto offensivo - oltre a Silva - vi erano pure Oliveira e Muzzi, un tridente che faceva sognare i tifosi sardi. Tuttavia, rispetto alle aspettative, il primo anno non va benissimo e c'è qualche delusione in società, mentre i tifosi lo adorano ugualmente nonostante qualche errore in fase di realizzazione. La società gli concede ancora fiducia e lui ripaga in parte, migliorando le prestazioni, ma il Cagliari non riesce ad evitare la retrocessione. Le giocate di Silva sono eccezionali, si fa 40 metri palla al piede e lascia tutti sul posto, ma la conclusione viene sempre sbilenca. La sua permanenza sull'isola viene sempre sancita dai tifosi che ne adorano il carattere solare e simpatico, riesce ad avere grande autoironia ed impara pure il dialetto. La terza stagione in rossoblù - in Serie B - è la migliore, poiché Darìo si sblocca finalmente davanti alla porta e riesce ad andare in doppia cifra, segnando 13 reti - di grande fattura - e mostrò tante giocate da fuoriclasse.

Tutti si aspettavano la conferma, invece, per qualche motivo ignoto, Cellino decide che il giocatore deve partire, ed a Silva viene dato il ben servito. I tifosi non sono affatto contenti e considerano sia Cellio che l'allenatore Ventura degli incompetenti. L'uruguagio va sei mesi in prestito al Penarol - dove figurerà bene - per poi trasferirsi in Spagna, precisamente all'Espanyol. Nella squadra catalana militerà per una stagione. Il suo rendimento non è eccelso, ma sufficientemente convincente per far sborsare una cifra al Malaga per assicurarsi le sue prestazioni sportive. Qui farà coppia con un'altra ex conoscenza sarda: Dely Valdes; ed il bottino è nettamente più redditizio: ben 36 gol in quattro anni. Le buone prestazioni valgono l'ingaggio da parte del Siviglia dove rimarrà per altri due anni. Tutti i tifosi sono sempre spiaciuti quando se ne va, così come lo sono gli andalusi nel momento in cui decide di trasferirsi in Inghilterra per giocare nel Portsmouth.

Con i Pompeys gioca un'annata scarna, ma aver viaggiato così tanti Paesi giocando a calcio rimane comunque una soddisfazione. Purtroppo, nel 2006 arriva il tragico evento dell'incidente in automobile: ilva era alla guida della sua jeep su cui viaggiavano altri due calciatori, Elbio Pappa e Dardo Pereira, quando è uscito di strada ed è andato a schiantarsi contro un palo della luce. Le prime notizie parlano di trauma cranico multiplo e di frattura esposta alla gamba destra, che ha costretto i medici ad amputargliela per evitare complicazioni più gravi. Il giocatore era in trattative con il Penarol, ma tutto andò a rotoli e Dario Silva dovette smettere l'attività da calciatore a 33 anni, rimanendo comunque nel giro con un altro ruolo. Le sue presenze in Nazionale non saranno dimenticate, soprattutto nei due Mondiali, perché Silva era un giocatore che ovunque è andato è stato amato.

Consiglio vivamente il minuto 3:48:


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venerdì 19 dicembre 2008

Amarcord Ci Siamo Stati Anche Noi: Vincent Candela

Vincent Candela poteva probabilmente avere un Palmarès ancora più ampio, ma la sua carriera è stata comunque decisamente redditizia. Il francese non è stato solamente la fortuna della Roma, ma anche della sua Nazionale durante il periodo d'oro dei galletti. Una colonna su quella fascia sinistra, sia da terzino, che come laterale, oppure anche come fluidificante. Un giocatore troppo versatile per non essere sempre titolare, vista anche la sua caparbietà ed abilità con entrambi i piedi.

Questo è Vincent Candela (Bedarieux, 24 ottobre 1973). A 19 anni è professionista nel Tolosa, una delle più importanti formazione del sud della Francia. Dopo tre stagioni il club, però, retrocede e Candela si trasferisce al Giungamp, spostandosi nella Francia del Nord, dove passerà le seguenti due stagioni. E' qui che Candela si mette più in luce, contribuendo attivamente al piazzamento in Coppa UEFA da parte della sua squadra. Il suo primo incrocio con il calcio italiano sarà in occasione di una sfida europea contro l’Inter, ed il suo nome viene inevitabilmente segnato sul taccuino della Roma di Franco Sensi.

La svolta nel 1996/1997, quando a Roma arriva Bianchi e necessita di un laterale sinistro. Sensi non perde tempo e propone il giovane transalpino ed il tecnico argentino è entusiasta della scelta, quindi il Presidente giallorosso effettua uno degli acquisti più azzeccati della sua gestione. Anche dopo l'era Bianchi Candela trova successo, poiché sulla panchina della capitale arriva il maestro Zeman, ed - inevitabilmente - Candela ne beneficia assai in termini tecnici e tattici. Viaggia come un treno su e giù per quella fascia, commettendo qualche leggerezza in fase difensiva ma un costante e decisivo apporto in fase d’attacco. Grazie agli insegnamenti del bosniaco riesce ad approdare in Nazionale, con cui alzerà la Coppa del Mondo nel Mondiale del 1998.

Dopo la terza stagione il rapporto con il club si incrina, con Candela che vorrebbe andarsene - in primis c'è l'Inter di Moratti. I tifosi non accettano queste sue esternazioni e lo contestano, peggiorando la situazione. A ricucire i rapporti, ci pensa Fabio Capello, il quale arriva dalla Spagna con l’intenzione di creare un gruppo vincente. Il francese diviene una pedina fissa dello scacchiere del tecnico goriziano e gli viene cambiata la posizione da esterno in una difesa a quattro a laterale sinistro di centrocampo, ma non cambiano le sue prestazioni. Stagione favolosa, da incorniciare. Che coppia di terzini: lui da una parte e "pendolino" Cafù dall’altra, senza esagerare la coppia di esterni più forte del campionato. I tifosi si innamorano nuovamente di lui e lui di Roma. Nel 2000 arriva pure l'Europeo con la Nazionale, dove ricopre il ruolo di terzino destro - anche se il giocatore preferisce la corsia sinistra, nonostante non sia mancino. Ma le gioie non finiscono, perché per l'esterno sinistro c'è la gioia di conquistare lo Scudetto del 2000/2001, seguito da una Supercoppa Italiana; è incredibile la sua tecnica nel portar palla a testa alta, nel poderoso tiro e nei cross a rientrare, gli unici possibili per un destro naturale che gioca a sinistra.

Tanti anni di successi e gioie nella Capitale, ma nel gennaio del 2005 chiede la cessione, visto che non è più di primo pelo e trova pochi spazi. La Roma lo accontenta e Candela si accomoda in prestito per sei mesi al Bolton, dove non avrà particolari ammiratori. Il contratto con la società giallorossa non viene rinnovato ed a cercarlo è Serse Cosmi - ai tempi all'Udinese - che vuole costruire un gruppo compatto per tentare la miglior sorte nell'esperienza dei friulani in Champions League. Tuttavia, dopo un buon avvio, la stagione è frammentata a causa di una serie di infortuni che non gli permettono di scendere in campo con continuità. Si trasferisce - sempre come svincolato - a Siena, dove gioca spesso, ma ha qualche intoppo con la società e decide di andarsene a gennaio, con destinazione Messina, dove termina la stagione. E' la fine anche di una gloriosa carriera di questo trenino francese che il 3 settembre 2007 rivela: "C'è un tempo per tutto, io ho fatto il mio tempo. Dopo 18 anni di professionismo, questo è il momento giusto per smettere. Il calcio è cambiato, è più fisico, meno tattico e tecnico. Oggi i calciatori sono tutti più alti, più rapidi ed hanno meno cervello". Ora si occupa di giovani talenti francesi, ma è anche tesserato per una squadra di Prima Categoria; il suo rapporto con il calcio è indissolubile.


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giovedì 11 dicembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Marcelo Alejandro Otero

Questa volta prendiamo un bomber vero, uno di quelli che se non è mai arrivato a giocare in una vera grande è per caso, perché i numeri Marcelo Alejandro Otero, per diventare grande, ne aveva anche troppi. Gol memorabili alcuni dei suoi nella nostra Serie A. Un centravanti in grado di segnare, ma correre anche per i compagni, un "animale dell'area di rigore" che sa professare generosità e coprire quando ce ne è bisogno. Si è sempre definitio così, Otero, "un uomo molto fortunato".

Si sa che il Penarol de Montevideo non si fa mai scappare i migliori talenti dell'Uruguay per venderli a peso d'oro ai campionati più ricchi, quindi non si fecero scappare il giovane Marcelo quando lo videro giocare in Serie B nella fila dei Rampla Juniors. Il giocatore mostrava chiaramente di possedere il DNA del bomber di razza ed il Penarol ci vide bene a portarlo a giocare per loro, poiché fece parte della fortuna del club, con una media reti spaventosa che si traduce in tre campionati di fila dal 1993 al 1995. Inevitabile che iniziassero ad esserci delle attenzioni attorno al giovane Oter, che venne chiamato da Nunez per giocare la Copa América del 1995, visto che Ruben Sosa è indisponibile. Scelta fortunata perché Otero segnerà tre reti fondamentali nel torneo per arrivare in finale e vincere la Copa.

Ad acquistare immediatamente il bomber fu il Vicenza, ma di certo c'è che al suo arrivo in Italia nessuno si aspettava che dal talento dell'uruguaiano ne uscisse il campione che non ti aspetti. Arrivato in Italia nel 1995/1996 come un illustre sconosciuto nelle fila del Vicenza, ma i biancorossi ebbero una soffiata propizia di Paco Casal, potentissimo procuratore internazionale con un'ottima fama all'attivo. I suoi giocatori raramente falliscono in Italia, quindi la dirigenza dei vicentini fu convinta ad acquisirne le prestazioni sportive. Inoltre, per lui parlavano i gol al Penarol e quelli fatti in Copa América, con cui trascinò l'Uruguay alla vittoria. Era Guidolin il maestro che doveva plasmare quel gruppo vivace salito dalla B e toccato solo leggermente con qualche innesto, ma pochi avrebbero pensato che sarebbe stato in grado di sorprendere anche nella massima serie.

Per il bomber uruguagio c'era la grossa responsabilità di risolvere il problema dei gol per una squadra che sembrava troppo leggerina in avanti. Bastarono poche partite, a Marcelo Otero, per far capire che in realtà il club veneto aveva fatto il gran colpo. Il ragazzo ci sapeva fare, non aveva paura di niente e, quel che più conta, sapeva partecipare al gioco e "vedere" la porta. E dire che non era neppure costato tantissimo: 2 miliardi e mezzo di lire. Tutto procedeva benissimo per Otero che era diventato un idolo per i vicentini, poiché durante il primo anno dopo poche settimane dall'inizio del campionato, l'uruguagio rischiò l'espulsione dall'Italia per essere stato coinvolto in un incidente: fu fermato sugli 80 all'ora - con limite di 50 - con la patente internazionale scaduta ed un test positivo al palloncino. Ma è solo un episodio, poiché nel secondo anno al Vicenza Otero si rivela il centravanti capace di segnare quattro gol in un colpo solo alla Fiorentina a domicilio nella prima giornata del campionato 1996-97, ma anche il tornante di complemento che consente a Guidolin di piazzare sul campo il suo Vicenza gelatinoso, difficile da controllare per quella sua capacità di coprire ogni zona del campo facendo pressing e asfissiando innanzitutto le fonti di gioco avversarie. Alla fine - anche se spesso viene risparmiato - il Vicenza vincerà la Coppa Italia.

La terza stagione inizia male con un brutto infortunio al ginocchio che tiene Otero spesso fuori dai campi per molto tempo, riprendendo lentamente a giocare, con qualche presenza - ed un gol - nella Coppa delle Coppe ed un buon tabellino anche in campionato per il tempo giocato. Tuttavia, qualcosa si deve essere rotto con Guidolin e durante la sua quarta stagione, nonostante continui a segnare, il tecnico gli preferisce spesso Pasquale Luiso. Inevitabile che a fine stagione Otero chieda la cessione e verrà accontentato, terminando al Siviglia. La sua esperienza nella Liga è molto travagliata per dei problemi fisici e nei tre anni passati nel club segna la miseria di due reti che gli fanno decidere di tornare in patria dove raccoglie qualche presenza con il Fénix e termina la sua carriera agonistica nel 2002.

Un giocatore taciturno, molto timido e difficile da intervistare che raramente faceva parlare di sé e si vergognò quando la sua storia di quell'incidente uscì sui giornali italiani. Ha amato la Serie A e la considera l'esperienza più bella della sua vita. Ora continua a rimanere vicino al mondo del calcio, come procuratore per giocatori uruguaiani. Chissà se presto non avremo la possibilità di mirare le gesta di un altro Otero.

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venerdì 5 dicembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Edmundo Alves de Souza Neto

Dopo aver dedicato questa rubrica a Salas per la notizia del ritiro del cileno, mi pare altrettanto doveroso ricordare Edmundo Alves de Souza Neto, che proprio ieri ha dato l'annuncio ufficiale del suo ritiro dal calcio giocato. O'Animal appende le scarpe al chiodo, quindi, dopo una carriera gloriosa piena di successi e anche qualche "follia". Il giocatore 37enne (Niteroi, 2 aprile 1971) finisce proprio dove aveva iniziato: nel Vasco da Gama.

La sua carriera inizia proprio nella fila del Vasco, dove sboccia il talento cristallino di Edmundo, rapido attaccante dotato di rapidità e dribbling fulmineo con cui arrivava in porta per finalizzare. Dopo due anni di buone prestazioni ed un Campionato Carioca si trasferisce al Palmeiras, dove nel giro di altre due stagioni arrivano una caterva di trofei: 2 Campionato Paulista, 2 Campeonato Brasileiro e 1 Torneo di Rio-San Paolo. Nel 1994 si guadagna il soprannome di O'Animal, visto che in una partita contro il Sao Paolo Edmundo effettua una scivolata brutta su un avversario che gli guadagna l'ammonizione, ma poi si dirige verso la panchina del Sao Paolo e mena tre persone: prese a schiaffi il primo, mandò in ko il secondo e tirò un calcio nei "gioielli" al terzo; il motivo? Stavano offendendo sua madre. Parteciperà anche alla Copa América 1993 - eliminato ai Quarti - e nel 1995 protagonista, ma perdente in finale contro gli ospitanti dell'Uruguay. Poi, decide di cambiare ancora, ma passa una stagione abbastanza anonima tra Flamengo e Corinthians, per poi tornare al Vasco nel 1996, tornando ai suoi livelli e trascinando la squadra brasiliana alla vittoria del Campeonato Brasileiro nel 1997. Nel 1997 vince anche la Copa América con il Brasile - una selezione devastante che asfalta tutti gli avversari che deve affrontare.

Questa competizione internazionale gli guadagna l'attenzione di alcuni club europei, poiché il brasiliano è - effettivamente - un fuoriclasse. Vittorio Cecchi Gori vede in lui la spalla perfetta per Gabriel Omar Batistuta e decide di formare questa coppia sudamericana di assoluto valore, guadagnandosi la convocazione per il Mondiale di Francia 1998, dove, però, assapora l'amarezza del secondo posto. La sua prima stagione è positiva, ma nel 1999 si rende protagonista di un episodio che condizionò la rincorsa al tricolore da parte della Fiorentina - complice anche l'assenza per infortunio di Batigol. Edmundo aveva una clausola nel suo contretto che gli consentiva di assistere al Carnevale di Rio e, nonostante il momento delicato, se ne andò in Brasile per godersi la festa. Ovviamente, la città non prese bene questo gesto e - ancora meno - la società, che decise di cederlo al Vasco al termine dell'annata calcistica. Tuttavia, O'Animal rimane uno dei giocatori ricordati con più affetto dalla tifoseria viola.

Il suo ritorno in Brasile non è felice, anche perché Edmundo viene accusato da varie associazioni che proteggono i diritti sugli animali, poiché venne accusato di tenere un circo nel suo giardino per festeggiare suo figlio, ed una scimmia della "truppa" era stata ubriacata a forza di superalcolici. Le foto che girarono non aiutarono la carriera del giocatore, che rimbalzò dal Vasco al Santos, ma nel 2001 arriva una chiamata inaspettata dal Napoli. La squadra partenopea cercava un attaccante, un fuoriclasse, per poter raggiungere il sogno della Coppa UEFA, quindi pensarono proprio ad Edmundo. Il brasiliano, invece, di fortuna ne fece poca, poiché si infortunò all'esordio contro l'Udinese e rientrò solamente a sprazzi, senza dare il contributo necessario per la permanenza in A del club che retrocede. E' inevitabile la cessione della punta che - dopo una breve pausa al Cruzeiro - si trasferisce nella J-League, firmando con il Tokyo Verdy, passando anche dagli Urawa Reds - senza presenza - prima di tornare al Vasco.

La nuova esperienza a "casa" non è felice, perché al Vasco c'è già Romario - eterno nemico di Edmundo - e non c'è spazio per entrambi i giocatori, quindi, O'Animal, decide di andarsene ed accetta l'offerta della Fluminense. Il ritiro sembra alle porte, ma Edmundo firmerà la stagione dopo con la Figuerense e riuscirà ad evitare la retrocessione del club paulista. Infine, fa ritorno al Palmeiras e poi ora al Vasco. Se Edmundo avesse fatto le stesse cose che sapeva fare con i piedi con il cervello, sarebbe certamente ancora più gloriosa la sua carriera, ma in Brasile - ed in Italia - viene comunque ricordato come un grande giocatore.

Ecco una video clip dei gol segnati da Edmundo durante la sua permanenza a Firenze:


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giovedì 27 novembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: José Marcelo Salas Melinao

Mi pare dovuto questo contributo ad un grande giocatore che ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato appena si sarà conclusa l'edizione della Copa Libertadores. José Marcelo Salas Melinao, meglio conosciuto come Marcelo Salas, è stato un giocatore determinante negli anni d'oro della Lazio, anche se a Torino - sponda bianconera - hanno ricordi meno teneri. Purtroppo la carriera del giocatore venne condizionata moltissimo dal grave infotunio subìto durante il periodo juventino. Comunque, molti si potranno sicuramente ricordare di quel sinistro velenoso che gli hanno permesso di segnare molto, rendendolo un attaccante temibile ed uno dei giocatori più rappresentativi - assieme a Zamorano - della Nazionale cilena.

Marcelo nasce a Temuco il 24 dicembre del 1974, ed il suo debutto tra i professionisti avviene nel 1993 nelle fila dell'Universidad de Cile, aiutando la squadra a vincere i due titoli consecutivi nel 1994 e 1995 che mettono in luce il talento di questa punta dal baricentro basso e dallo scatto bruciante. Partecipa alla deludente Copa América del 1995, ma i risultati lasciano il tempo che trovano. Nel 1996 Salas lascia il Cile per trasferirsi in Argentina, dove militerà nel River Plate - il suo ufficiale trampolino di lancio. Comunque, l'arrivo di Maradona nei "milionarios" desta qualche critica da parte della stampa argentina, poiché un giocatore cileno non era mai riuscito a sfondare nelle Pampas. Tuttavia, ci mise poco Salas a zittire tutti ed a diventare un idolo per i tifosi, essendo il protagonista principale nella vittoria di Apertura e Clausura del 1996/1997 e della Super Copa del 1997 - aggiudicandosi pure il premio personale di "Giocatore Sudamericano dell'Anno". Salas divenne uno dei giocatori "non argentini" più ammirati nel Paese e con i suoi 24 gol in 53 presenze non poteva essere altrimenti e valgono il soprannome di "El Matador" - anche per il suo gesto di inchino verso il pubblico dopo ogni rete.

Arriva la consacrazione nelle qualificazioni per il Mondiale di Francia '98, con Salas e Zamorano capocannonieri della zona Sudamericana. Gol che valgono il biglietto per la Francia, in cui Salas segna 4 reti nelle 4 partite disputate, riuscendo a superare il girone, ma perdendo contro il Brasile negli ottavi. Comunque sia, queste reti gli hanno conferito una visibilità internazionale di primo livello, ed attorno a lui si scatena un'asta tra Deportivo, Manchester United e Lazio, con Cragnotti che alla fine la spunta per una cifra attorno ai 33 miliardi di vecchie Lire. Un acquisto che fa subito breccia nei cuori dei tifosi laziali, partecipando alla vittoria della Supercoppa Italiana. La coppia offensiva formata con Bobo Vieri assicura valanghe di gol e Cragnotti ha costruito una squadra capace di abbattere ogni ostacolo, ma alla fine lo Scudetto andrà al Milan, mentre la Lazio si può consolare con la vittoria della Coppa delle Coppe, che le permetterà di giocare la Supercoppa Europea - che la squadra di Eriksson si aggiudicherà. Nel 1999 partecipa all'amara Copa América in cui il Cile arriva solo quarto, ma la stagione successiva quella che regala i maggiori successi, con la Lazio campione d'Italia e vincitrice pure della Coppa Italia.

Il terzo anno in biancoceleste segna la fine di un ciclo per la squadra capitolina e Salas verrà venduto al termine della stessa alla Juventus, che se lo aggiudica per una somma vicino ai 25 miliardi di Lire. Tuttavia, in bianconero Salas non riesce a lasciare il segno desiderato - soprattutto se paragoniamo questo periodo a quello laziale: 79 partite con 33 centri. Una serie di infortuni colpirono il giocatore che non riuscì mai a rendere al meglio e viene ricordato soprattuto per quel rigore sbagliato nel derby contro il Torino - complice lo "scavetto" di Maspero. Comunque nel biennio bianconero - 32 presenze e 4 reti - riesce a mettere in bacheca due scudetti, figurando nella rosa di calciatori che hanno vinto questi trofei.

Dopo le deludenti prestazioni, Salas viene ceduto al River Plate per 10 milioni di Euro, dove sperava di poter ritrovare la forma di una volta, ma non sarà così. Salas verrà ancora messo a dura prova dagli infortuni che non gli concedono di ritrovare continuità nelle prestazioni. Tuttavia, ci fu un exploit nell'ultimo anno al River, in cui trascinò la squadra in finale di Copa Libertadores, persa poi contro il San Paolo. Nel 2005 torna a giocare nella sua prima squadra, l'Universidad de Chile, richiamato a gran voce dalla tifoseria che lo accolse a braccia aperte. Qui conosce una sorta di seconda giovinezza, riuscendo a portare la squadra in vari finali di Coppe, perse tutte ai rigori. Nel 2006 il contratto di Salas viene interrotto, ma i tifosi si ribellano e rivogliono il loro campione, così dopo sei mesi di assenza, Marcelo torna a giocare per il club.

Marcelo Salas annuncia il suo ritiro il 25 novembre del 2008 e questa è una perdita per il mondo del calcio. El Matador è, ed è stato, una leggenda del calcio internazionale e cileno, ed ecco un video per celebrare al meglio alcune delle azioni più belle di questo attaccante:


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venerdì 21 novembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Angelo Peruzzi

Si avvicina il momento di Inter-Juventus ed inevitabilmente cerco una leggenda che sappia ricoprire la parte, quindi, chi meglio di Angelo Peruzzi per completare la rubrica settimana dedicata ai personaggi da amarcord? Il portierone - tant'è che viene chiamato "Tyson" - è stato un ex di spessore di entrambe le squadre ed uno dei portieri italiani più forti degli ultimi anni. Se si pensa che prima in Nazionale andavano gente come lui, Pagliuca, Marchegiani, Toldo e Buffon (tutt'ora), i "portierini" odierni "gli fanno un baffo".

La leggenda vuole che a Blera, paese natale (16 febbraio 1970) vicino a Viterbo, Angelo si allenava le mani tentando di afferrare i pesci nei ruscelli, così da potenziare la presa. Aveva una forza nelle mani spaventosa e questo contribuì alla sua nascita come portiere. Inizia, infatti, proprio nella squadra della cittadina, dove il tutto iniziò come passatempo, ma divenne serio nel momento in cui Peruzzi venne richiesto dalla Roma e dopo qualche riserva da parte dei genitori parte per Trigoria. Da piccolino rischia anche di rimanere paralizzato ad una gamba dopo essere caduto in una buca durante una battuta di caccia con il padre, ma la sua grande forza di volontà hanno fatto sì che superasse questo ostacolo che pareva insormontabile. L'allenatore dei portieri volle a tutti i costi che il portiere cambiasse la propria fede - poiché era laziale - o non lo avrebbe allenato. Saltò praticamente il passaggio per la Primavera giallorossa ed a 18 anni - nel 1987 a San Siro contro il Milan - esordiva in Serie A - tuttavia, unica presenza in stagione in campionato.

Angelo non poteva sapere che quello era solo l'inizio della sua avventura da calciatore, poiché a 19 anni si ritrovò a giocare titolare per la squadra capitolina, totalizzando 12 presenze - anche in Europa e U21 - con buoni risultati, ma incredibilmente tutto senza contratto! Solamente all'inizio del 1989 diventa ufficialmente un professionista, ma si decise di prestarlo al Verona per farlo maturare. Nonostante la retrocessione dei gialloblù, Peruzzi fu sempre tra i migliori in campo e riuscì a farsi un nome in Italia, fornendo prestazioni strepitose. Finalmente era arrivata la possibilità di consacrarsi con i colori giallorossi, ma dopo Roma-Bari del 1990, venne riscontrato positivo all'antidoping - a causa di una sostanza, la fentermina, contenuta in farmaci dimagranti. Un'ingenuità enorme che costa al ragazzo un anno di squalifica, tantissimo per un portiere che si stava iniziando a mettere in gioco.

Dopo il periodo di sofferenza, nel 1991/1992 arriva il trasferimento alla Juventus, ma si vocifera che quello di Peruzzi sia stato un trasferimento dettato da qualcuno all'interno della società che non gradiva la presenza di "Tyson" nell'ambiente giallorosso. L'inizio di campionato non lo giocò, ma da ottobre venne integrato nella prima squadra, poi arriva la prima partita da titolare - proprio un Juventus-Inter del 12 febbraio 1992. Poi, avrebbe esordito in campionato, proprio contro la Roma, eseguendo una prestazione perfetta, dimostrando che il portiere era ancora valido e le qualità sempre presenti. Si conferma anche come para-rigori e nella semifinale di Coppa Italia blocca il tiro dal dischetto di Baresi. Poi, la dichiarazione del Trap: "Mi dispiace per Tacconi, ma da oggi il numero uno della Juventus sarà Peruzzi", libidine per le orecchie dell'estremo difensore, che vestì i colori bianconeri per otto stagioni, vincendo: 3 Scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Champions League, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Supercoppa Europea, 2 Supercoppe Italiane e 2 Oscar del Calcio come Miglior Portiere. Entrò a far parte di un'élite della squadra torinese, venendo inserito nella "Hall of Fame". Nel mentre aveva anche vinto un Europeo U21 (1992) come secondo di Antonioli, mentre nel 1996 venne portato da Sacchi in Inghilterra, ma l'esperienza fu amara.

Angelo ha raggiunto veramente il top della forma e la sua forza fisica lo fa essere sicuro tra i pali ed in uscita. Un fisico poderoso e compatto, con fasce muscolari simili a quelle di un pugine, larghe, che gli consentivano gesti atletici prodigiosi nel breve, con una prontezza di riflessi inverosimile che ne favorivano le parate spettacolari ed il colpo di reni. Tuttavia, questa fisicità rappresentava anche un limite, poiché le fasce muscolari venivano continuamente sollecitate e soggette ad infortuni, come quello che lo tenne fuori dai Mondiali del '98, dove Peruzzi era considerato il titolare. Dopo otto stagioni si trasferisce dall'ex allenatore Marcello Lippi, che lo chiama a gran voce dai neroazzurri, ma come per l'allenatore toscano, l'esperienza non va benissimo, ma nonostante la stagione da dimenticare viene chiamato da Zoff come terzo portiere per Euro 2000, anche se Peruzzi non la prende bene: "Non vedo il motivo di una convocazione, mi risulta che la mascotte per gli Europei è stata già scelta!"

Poi, l'ultimo, ma non meno importante, capitolo della sua carriera alla Lazio, l'altra sponda di Roma - ma quella che lui più apprezza. Sono sette stagioni bellissime quelle di Peruzzi all'Olimpico, anche se arriva troppo tardi per cucirsi un altro tricolore, ma si consola con una Supercoppa Italiana ed una Coppa Italia con i colori biancocelesti. Tuttavia, la vera soddisfazione arriva nel 2006 quando Lippi lo chiama a fare il terzo portiere e risulta anche lui - di fatto - tra i Campioni del Mondo.

Forse troppo saggio, troppo poco personaggio e, di rimbalzo, una non totale convincente capacità di guidare la difesa, ma anche la simpatia e lo scanzonato distacco con cui ha vissuto il nostro calcio isterico. Peruzzi è il padrone assoluto dell'area di rigore, è capace di stare a 15 metri dalla porta con la stessa disinvoltura con cui sta tra i pali: la sua capacità di uscire dall'area sull'avversario lanciato, permette alla squadra di giocare con grande disinvoltura, risultando perciò determinante. Infine, nel 2007 lancia i guantoni alla curva laziale ad indicare il suo ritiro dal calcio giocato. Da allora è rimasto nel giro del mondo calcistico ed ora fa il preparatore per i portieri nello staff tecnico della nuova gestione Lippi.

La sua goliardia e simpatia lo ha reso un personaggio simpatico del nostro calcio, ed abbinato insieme al fisico possente, gli guadagnarono oltre al soprannome di "Tyson", anche quello di "cinghiale". Comunque, sono pochi i portieri che hanno avuto la sua autorevolezza in area, dando sempre grande sicurezza al reparto, agendo effettivamente come ultimo difensore nel bisogno - come gli aveva insegnato Liedholm ai tempi della Roma. Forse troppo saggio e "compagnone" per diventare uno dei numeri uno di sempre - troppo scherzoso -, ma quando scendeva in campo aveva la stoffa del leader e rientra sicuramente nella top 5 dei portieri italiani di sempre.

Un piccolo tributo per un grande portiere:


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venerdì 14 novembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Francesco Moriero

Ci sono stati giocatori di cui la carriera non viene ricordata quanto un singolo gesto fatto durante gli anni passati a giocare a calcio. Di sicuro, uno di questi giocatori è Francesco Moriero, di cui tutti si ricordano le gesta con la maglia dell'Inter e soprattutto i suoi due gol in rovesciata - uno con la maglia azzurra. Tuttavia, Moriera non è stato solamente un giocatore dell'Inter, transitando in tante altre squadre balsonate, quali Cagliari, Roma, Inter e Napoli - con 36 ore passate anche nel Milan.

Il ragazzo di Lecce (31 marzo 1969) è stato uno degli ultimi giocatori a ricoprire un ruolo che è cessato di esistere nel calcio moderno: il tornante. La sua zona era quella della fascia destra, dove Moriero dava sfogo alla sua ottima tecnica e velocità e vista la statura ridotta viene spesso paragonato ad un "folletto". Gli albori nel Lecce mostrano le qualità del ragazzino, che in una partita di Coppa Italia contro la Juventus, fece impazzire un Cabrini molto più esperto di lui, riuscendo a guadagnarsi le attenzioni di tutta Italia. Tuttavia, Moriero ha un mentore - non indifferente - che se lo è portato dietro durante la sua carriera: Carlo Mazzone. Non certo un tenerone, ma uno che ha saputo gestire e lanciare molti talenti a suon di schiaffi e carezze. Le ultime due stagioni nel Salento Francesco le passa senza Mazzone - andato ad allenare il Cagliari - ed il giocatore lo seguirà dopo aver riportato il Lecce in Serie A.

Per cinque miliardi la società sarda ne acquista le prestazioni sportive e Moriero parte per questa nuova avventura. La vera scelta di andare in Sardegna è dettata dalla presenza di Mazzone, infatti quando se ne va l'allenatore romano, Moriero inizia a dichiarare di voler andare via e che viene seguito da club prestigiosi. Cellino non è certo un personaggio facile con cui arguire, ma Moriero aveva un carattere particolare, ed alla fine ottenne ciò che desiderava: il trasferimento alla Roma (10 miliardi di vecchie Lire). Guarda caso nella Capitale c'è pure Mazzone e questo ha fatto si che il club giallorosso la spuntasse sulla concorrenza laziale. Comunque, il rapporto con Sensi non va tanto meglio e dopo un Roma-Fiorentina, il Presidente gli fa una critica che Moriero non digerisce e risponde per le rime: "Solo chi non capisce di calcio puo' dire che ho sbagliato".

Il numero uno giallorosso è contento di essersi liberati di "una bufala di Mazzone" - poi si pentirà - facendo partire "Checco" per Milano, sponda rossonera - voluto da Capello. Tuttavia, l'avventura a Milanello dura solamente pochi giorni, perché tra Inter e Milan ci sono degli screzi da risolvere, poiché André Cruz aveva firmato un precontratto con l'Inter ed un contratto con il Milan, con Moratti pronto a depositare tutti i documenti in Lega. Il Milan propone vari giocatori ai "cugini", i quali rifiutano, richiedendo Boban o Maini, ma per i quali non se ne parla. Infine, i rossoneri tentano la carta Moriero e Moratti - con Simoni concordante - accetta più che volentieri. Quindi a Milanello arriva il libero brasiliano, mentre alla Pinetina approda Moriero, che farà da fido appoggio per Ronaldo. Proprio con la maglia neroazzurra firmerà il suo gol più memorabile, in Coppa UEFA - poi vinta - contro il Neuchatel, realizza una rete spettacolare in rovesciata. Riesce pure a prendere parte ai mondiali del 1998 in Francia, ma il ricordo migliore della Nazionale sarà quell'altro gol in rovesciata, contro il Paraguay in amichevole.

Il trasferimento a Napoli avviene in un periodo infelice della società partenopea e segna la fine della carriera di Moriero. Abbandonata l'attività agonistica da giocatore, Francesco decide di proseguire intraprendendo il ruolo di allenatore, ma nel 2006 viene coinvolto in uno scandalo che ne causa l'arresto ai domiciliari per un traffico di automobili di lusso di cui lui è uno degli amministratori. Tuttavia, nel novembre del 2006 viene contattato per allenare l'Africa Sports National nel campoionato ivoriano, ed esordirà il gennaio seguente con una vittoria.

Nel 2007/2008 torna sulle panchine "nostrane", andando ad allenare il Lanciano, ma l'esperienza dura una sola stagione, poiché la squadra è coinvolta in scandali calcistici che ne condannano la penalizzazione in classifica, portando la squadra dalla salvezza alla retrocessione in C2. Ma le qualità di allenatore di Moriero non vengono messe in dubbio e sarà il Football Club Crotono ad ingaggiarlo per la stagione attuale, per affrontare il campionato di C1. Le scelte societarie dell'ex giocatore interista non sono le più felici, visto che a Crotone è cambiata la presidenza e la squadra naviga in una situazione economica delicatissima, ma nonostante questo, Moriero ed i suoi ragazzi guidano la classifica del proprio girone e puntano alla promozione.

Ve li propongo entrambe i gol in rovesciata perché sono troppo belli:


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venerdì 7 novembre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Faustino Hernán Asprilla Hinestroza

Gli italiani se lo ricordano per molti motivi Faustino Asprilla. Molti, magari, per le prestazioni calcistiche - e non - che offriva il giocatore, altri, magari, perché lo hanno avuto nel portafogli sulla scheda telefonica con la maglia del Parma. Tuttavia, il giocatore colombiano di Tuluà (10 novembre 1969) è stato un calciatore di livello mondiale che ha calcato il palcoscenico della Serie A, ed internazionale, con profitto. E' stato un attaccante di grande talento, che faceva del movimento e la rapidità le sue migliori doti. Inoltre, riusciva ad abbinare la tecnica ad un fiuto del gol non indifferente che lo rendevano frizzante e concreto, proprio come piace ai tifosi. A volte pareva clauticante in campo e poi tirava fuori uno scatto rabbioso che lo rendeva imprendibile ed imprevedibile per gli avversari.

Gli inizi del giocatore sono nel suo Paese natale, dove dall'Escuela Carlos Sarmiento Lora viene ceduto al Cùcuta Deportivo, dove inizia la carriera da professionista. Nel 1988 esordisce segnando due gol e la sua prima stagione si conclude con 17 reti in 36 partite, attirando l'attenzione di club più importanti nella Colombia, tra i quali il Nacionàl Medellìn, dove Asprilla si trasferisce e gioca per 3 stagioni, mettendo sempre più in evidenza il suo istinto da bomber (78 presenze con 35 reti).Il giocatore viene convocato dalla selezione colombiana per disputare le Olimpiadi di Barcellona 1992, con cui si mette ulteriormente in mostra.

Molti club che osservavano i campionati sudamericani erano concentrati in Brasile ed Argentina, ma era difficile che questo ragazzo prodigio passasse inosservato, ed il club italiano del Parma mise gli occhi su di lui e decise di portarselo in Emilia. Quella parmense è una realtà recente che era appena approdata in A poche stagioni prima dell'arrivo di Faustino e si stava godendo i primi successi nella massima serie. Ci mise poco ad ambientarsi questo giovane colombiano, diventando
presto un punto fisso della squadra, agendo nel ruolo di seconda punta, dietro al prolifico Melli. I tifosi del Parma riuscirono ad apprezzare anche il suo talento sui calci da fermo e fu proprio con una prodezza balistica di Asprilla che i gialloblù vinsero contro il Milan a San Siro. Il Parma si impone anche a livello europeo e trascinato dai gol dei propri attaccanti, vince la Coppa delle Coppe, ma Faustino non disputò la finale, perché dopo un misterioso viaggio in Colombia, si procurò un infortunio alla gamba che non seppe spiegare, ed anche se recuperato per la partita, Scala decise di non farlo scendere in campo; fu la prima "Asprillata".Dopo la prima stagione in gialloblù, Asprilla vola in Ecuador, dove gioca la Coppa América con la Colombia, vincendo un dignitoso bronzo.

La seconda stagione nelle fila del Parma parte subito con la Supercoppa UEFA conquistata ed una convocazione garantita per i Mondiali di USA 1994, dove della Colombia, però, si ricorderà soprattutto l'assassinio del difensore Escobar. Asprilla, come tutti i colombiani, rimane molto colpito dalla scena, ma prosegue comunque la sua carriera ed onora i colori del Parma, portando la squadra alla vittoria della sua prima Coppa UEFA. Asprilla partecipa anche alla Coppa América 1995 in Uruguay, dove guadagna il suo secondo bronzo consecutivo nella competizione. Purtroppo, il giocatore viene coinvolto in molti scandali di gossip e giudiziari - anche con spari di pistola fuori da dei night club, ed il Parma è costretto a trovargli una nuova sistemazione. Dopo tre stagioni "Tino" (79 presenze e 25 gol), viene ceduto dalla proprietà che lo vende per circa 8 milioni di sterline al Newcastle.

Il club inglese puntava alla vittoria del titolo, ma sciupò tutto malamente, facendosi raggiungere dal Manchester United. Pure il secondo anno si chiuderà dietro al Manchester, mancando nuovamente l'obiettivo Premier ed il giocatore è colpito da numerosi infortuni che non lo fanno rendere al meglio, collezionando in tutto 38 presenze e 16 gol nelle due stagioni. Tuttavia, grazie all'esperienza inglese riuscì a partecipare alla Champions League ed ad affermarsi ulteriormente come calciatore.

Asprilla non voleva più rimanere in Inghilterra e dopo aver disputato la Coppa América del 1997 torna dai ducali del Parma che lo accolgono a braccia aperte, pagandolo circa 15 miliardi di vecchie Lire. Il giocatore, però, non rende come ai "vecchi tempi" e dopo una stagione e mezzo in gialloblù - che porta la Coppa UEFA 1999 - lascia definitivamente l'Italia. Tra le due stagioni parteciperà a Francia 1998 con la Nazionale colombiana, ma senza alcuna fortuna.

Faustino lascia anche l'Europa e se ne torna in Sudamerica, dove prima di tornare in Colombia, decide di passare qualche anno di carriera in Brasile, giocando per una stagione a testa in Palmeiras e Fluminense, partecipando anche alla Coppa América del 2000, per poi dimostrare di non essere più in grado di utilizzare le sue caratteristiche migliori per essere vincente. Comunque, decide di volersi giocare ancora qualche anno per guadagnare altri soldi e firma con l'Atlante in Messico, prima di tornarsene in Colombia e ripercorrere i suoi passi iniziali. Disputa, infatti, una stagione con il Nacionàl Medellìn, per poi trasferirsi in Cile all'Universitad. Tino è un nomade e decide di provare anche il Campeonato Argentino, dove milita nell'Estudiantes de La Plata nel 2002/2003.

Quella fu la fine dell'Asprilla calciatore, del quale, poi, si sentì solamente parlare per fatti esterni dal calcio. Ad esempio, nel 2003 si presentò agli allenamenti dell'Universitad de Chile e sparò due colpi di pistola in aria per spronare i ragazzi a dare il massimo. Oppure, quando nello stesso anno doveva firmare per il Darlington - squadra inglese di un suo amico - e poi scappò dal ritiro senza mai fare ritorno.

L'annuncio ufficiale dell'abbandono dal calcio giocato "Tino" lo darà nel 2005, chiudendo una carriera illustre con 331 partite e 112 gol da professionista. Nel suo Paese viene considerato uno dei migliori di tutti i tempi e l'unico ad essersi affermato in maniera decisa in Europa. Senza i problemi di carattere e qualche infortunio di troppo avrebbe sicuramente fatto anche di più, ma il rendimento è stato comunque di ottimo livello. Adesso si occupa di scuole calcio per i bambini in Colombia, speriamo che almeno lì la pistola la tenga in tasca!


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venerdì 31 ottobre 2008

Amarcord, Ci Siamo Stati Anche Noi: Stefano Eranio

Certe volte di alcuni giocatori te ne scordi quasi, ma se riguardi vecchi album delle figurine, ti saltano fuori dalle pagine ricordi che non puoi cancellare. Stefano Eranio è stato un centrocampista di grande quantità, qualità e cuore per le squadre nelle quali ha giocato.

Genoano di nascita (Genova, 29 dicembre 1966), non poteva che crescere sotto la custodia del Grifone. Non ha la fortuna di esordire in un Genoa vincente, poiché i rossoblù sono in Serie B, ma ha l'opportunità di giocare - nell'arco delle otto stagioni - con alcuni tra i giocatori simbolo di questa società. Assieme a Ruotolo formano un motore dinamico a centrocampo e dai loro piedi partono tutte le iniziative. Eranio era una sorta di geometra in campo, che dettava i tempi delle azioni e poi trovava il pertugio giusto per lanciare il compagno, abbinata ad una discreta corsa. Rischiò grosso per la carriera in un incontro contro il Cesena per una lesione che lo portò a doversi operare ad un rene, ma riuscì a venirne fuori ed a diventare un eccellente esterno destro della mediana. Dopo cinque stagioni di B il Genoa passa in A e per Stefano si spalancano le porte del grande calcio. Assieme a lui ci sono giocatori del calibro di Signorini, Collovati, Skhuravy, Iorio e Aguilera. Non segna moltissimo in carriera, ma i suoi passaggi e contrasti sono determinanti per mantenere il Genoa in Serie A, ed ottenere un ottimo quarto posto nella stagione 1990/1991.

Un talento del genere non sarebbe mai scappato agli occhi di Don Fabio Capello, il quale ne chiede l'acquisto nel suo ultimo Milan con tutti e tre i tulipani. Così, Eranio approda in rossonero nella stagione 1992/1993, lasciando la sua amata Genova, ma con un bel ricordo (213 presenze e 13 reti). Certo, qui è tutta un'altra storia, subito ci si gioca una Coppa ed Eranio mette in bacheca il suo primo trofeo - oltre ad un campionato di Serie B -, cioè la Supercoppa Italiana 1992, ma sarà solamente l'inizio, poiché il resto della stagione porta anche lo Scudetto, ma la delusione della sconfitta in semifinale di Coppa Italia e soprattutto la finale di Coppa Campioni persa contro l'Olimpique di Marsiglia. Al Milan si conferma nel ruolo di esterno destro di centrocampi, mostrandosi un giocatore duttile, divenendo abile nel proporsi e nel presentarsi nell'area di rigore avversaria.

Tuttavia, nonostante la bruciante sconfitta, l'OM viene coinvolto in uno scandalo chiamato Affaire VA-OM, che porta alla squalifica della squadra per giocarsi la Supercoppa UEFA ed Intercontinentale, lasciando il posto al Milan, il quale le perde tutte e due perché sono andati via alcuni elementi e la squadra è un cantiere ancora aperto; ci si può consolare con la vittoria della Supercoppa Italiana. Emergono alcune personalità straniere come Savicevic e Boban - già presenti prima - che assieme agli italiani - Donadoni, Maldini, Albertini - ed alla coppia d'attacco Papin-Van Basten, portano il Milan a vincere il "double", portando a casa sia Champions League - in finale contro il Barcellona - che lo Scudetto. La successiva sarà una stagione amara rispetto alle precedenti, ma la squadra perde qualche elemento competitivo e dopo la vittoria della Supercoppa UEFA ed Italiana, non raggiunge gli altri obiettivi, perdendo in finale di Champions League dall'Ajax - altra scottatura non indifferente, poiché pur essendo stato fondamentale nell'arrivarci, non la giocò per infortunio. Per Eranio ci sarà un'ultima stagione glorioso con Capello in panchina, che porta lo Scudetto 1995/1996, mentre l'ultimo anno di Milan con Sacchi in panchina è tutto da dimenticare e Stefano capisce che è ora di cambiare aria.

A 30 anni - verso fine carriera - vuole provare un'esperienza all'estero, anche se in Italia avrebbe detto ancora la sua. Decide di trasferirsi nel Derby County, dove troverà il connazionale Ciccio Baiano. Eranio prende subito in mano la squadra ed è l'anima del club inglese quando scende in campo, ma spesso è preda di infortuni e gioca solamente spiragli di gara. Sembra tutt'altro che un giocatore finito, facendo la differenza in entrambe le fasi di gioco. Nel 2001 pensa al ritiro, ma il tecnico lo convince a giocare ancora, ma quando poi viene esonerato, allora Eranio decide di appendere le scarpe al chiodo.

Solo temporaneamente comunque, perché arriva un'offerta come secondo allenatore/giocatore da parte della Pro Sesto nel febbraio del 2002 e dove Eranio milita sino a giugno 2003. Da qui parte la sua carriera da allenatore, anche se prima di approdare al Milan - in qualità di tecnico dei Giovanissimi Allievi - si dedica a qualche apparizione in televisione, partecipando come commentatore per i programmi Pressing Champions League e Diretta Stadio. Dalla Nazionale non ha mai avuto grandissime soddisfazioni, convocato per la prima volta da Vicini nel '90 e poi riportato qualche volta da Sacchi, ma nonostante fu decisivo per la qualificazione ai Mondiali del '94, non riuscì ad avere alcuna gloria. Tuttavia, rimane un validissimo centrocampista degli ultimi anni della Serie A ed uno come lui farebbe invidia a molte squadre del nostro campionato!

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